martedì

16 agosto 2514 | Whitmon

Ilich Vocruen alza la testa, quando sente cigolare la porta dello studio, smettendo bruscamente di contare le pillole sparpagliate sulla scrivania che gli fa anche da seduta.
E' rapido a distogliere lo sguardo, più o meno immediatamente, ma all'intruso non sfugge il lampo di stupore che gli è balenato negli occhi prima che li riabbassasse.
– Ciao, Il.
Ilias Vocruen si appoggia svogliatamente al battente appena richiuso, soppesando il fratello da cima a fondo con un mezzo sorriso tirato sulla bocca. E' schermigliato e più barbuto di quanto Ilich ricordasse.
– Come mi hai trovato. - è l'unico saluto asciutto, scontroso, che gli concede. Continua a contare le pillole, ma ormai non ha più la minima idea di quante siano.
– Rosie.
Ilias si stringe nelle spalle. Ilich si decide a scoccargli un'altra mezza occhiata.
– Che stronza.
Altra stretta di spalle.
– Dovevi aspettartelo, lo sai com'è fatta Rose.
Ilich annuisce, in silenzio.
Ci resta per un po', poi agguanta il barattolo e ci fa cadere nervosamente una quantità rimasta indefinita di Nootropam.
– Cosa vuoi.
Ilias si stacca dalla porta ed allunga qualche falcata lenta verso di lui. Si muove con una sicurezza che, agli occhi di suo fratello, tradisce tutte le incertezze di questo mondo e gli rifila una smorfia mesta.
– Non lo so. Vedere se eri vivo. Abbracciarti. Cazzate del genere.
Ilich smorfieggia.
– Non ti azzardare ad abbracciarmi.
Le mani di Ilias sollevate a mezz'aria in cenno di resa gli scuciono un sorriso intimo che si rifiuta di far arrivare alle labbra. Come se l'altro potesse non vederlo ugualmente.
Indossa un camice aperto, leggermente troppo largo, che lo fa sembrare più esile di quanto non sia in realtà. Vale a dire un po' meno di quando ha lasciato Corona, praticamente un anno fa.
– Ascolta ... - fa per esordire Ilias, incassando l'occhiata violenta del fratello con un'istintiva stretta di spalle.
– Vaffanculo, Il. Avresti dovuto dirmelo.
Deglutisce, annuendo.
– Avrei dovuto.
Non c'è altro da dire e infatti tacciono entrambi, per un bel po'. Ilias si mastica l'interno di una guancia, studiando in tralice il tavolo operatorio al centro della stanza, Ilich si rigira tra le dita il flacone di pillole.
Poi lo molla sulla scrivania e si tira in piedi.
– Non importa, ci ho pensato. - si stringe nelle spalle, cercando gli occhi azzurri del fratello con i propri, assolutamente identici. - Glielo dico, non glielo dico. Dev'essere stato come uno di quegli enigmi col paradosso. A volte la vita è così e non c'è una soluzione che sistemi tutto nel modo giusto.
Ilias si lecca le labbra, dopo aver risollevato lo sguardo nel suo. Per una manciata scarsa di secondi lo fissa come se non sapesse cosa dire. Poi allunga una mano nel tentativo di spalmargliela in faccia.
– Vaffanculo, Il, sei diventato un filosofo.
Ilich arretra, scrolla la testa e bofonchia qualche minaccia di morte. Poi sgrana gli occhi di colpo, colpito da una consapevolezza improvvisa, e fissa Ilias come se lo vedesse davvero per la prima volta.
Non passa molto prima che scoppino a ridere entrambi.

--
– Stronzate a parte, come mi hai trovato? Rosie non lo sa dove sono.
Seduti sopra un muretto sbreccato, guardano il sole tramontare sul mare mentre divorano avidamente tortillas di pesce.
– Sua sorella Imelda è un'hacker cazzuta, ha seguito le tue tracce dai messaggi cortex che le avevi mandato.
Ilich corruga la fronte studiando attentamente l'orizzonte.
– Hackers del cazzo. - stacca un morso. - Poi?
Ilias si lecca le labbra sporche di salsa, ugualmente concentrato sul ventaglio di colori che riempie lentamente il cielo.
– Trovare la clinica non è stato difficile. A quanto pare tutta Bone Dawg ti conosce. Sembra che curi i pazienti gratis. - lo dice sgranando gli occhi, con aria da cospiratore, come una comare di paese alle prese con la diffusione di un pettegolezzo fresco di giornata.
Scoppiano a ridere entrambi, sputacchiando tortillas qua e là.
Ilias è il primo a smettere.
– ... quella brunetta della "facoltà di ingegneria meccanica e informatica". - fa un po' il verso ad Angie, spiando il fratello in tralice.
Ilich gli scocca un'occhiata violenta.
– 'fanculo, fai poco lo spiritoso.
Ilias solleva a malapena un angolo solo della bocca.
– Nnch, lo sapevo.
Tornano a concentrarsi sulle tortillas, il tempo necessario a non lasciarne traccia.
Ilich agguanta la birra aperta poggiata a metà strada fra i loro corpi e si bagna le labbra, prima di passarla al fratello con un
– Io e Angie abbiamo rubato dei soldi a nostro padre. - sputato fuori a bruciapelo, che quasi causa la morte di Ilias per soffocamento.
Tossisce e si sfrega le labbra col dorso di una mano, torcendo il muso per fissare Ilich come se avesse le ali.
– Cosa? - si corregge bruscamente. - Quanto.
– Un milione e cinquecentomila.
Ilias emette un fischio basso e prolungato.
– Come.
Ilich si stringe nelle spalle.
– Roba da hackers del cazzo.
Il maggiore dei Vocruen si attacca alla bottiglia di birra e, stavolta, la vuota con un sorso.
– Cazzo.
Ilich gli rifila un ghigno sbilenco.
– Andiamo, ti procuro un letto e un rasoio con cui potare quel cespuglio.
16 novembre 2510 | Corona

Ilias emette un verso inarticolato, a labbra chiuse, mentre scavalca il corpo di Rosie e striscia tra le coperte fino al bordo del letto, tirandosi in piedi con aria leggermente malferma.
– Che ore sono?
Grugnisce, allarmato. Dall'ammasso di lenzuola aggrovigliate un piede piccolo, bianco come la gamba snella cui è attaccato, gli colpisce le natiche nude con un calcetto indolente.
– Saranno le tre o le quattro di notte, Eiros, non c'è pericolo. - Rosie sbadiglia, coprendo graziosamente la bocca col dorso di una mano - Torna a letto.
Ilias stropiccia i capelli ed allunga qualche passo per la stanza ben arredata, illuminata quasi a giorno dai raggi che si staccano dalla pancia tonda della luna piena e filtrano attraverso le ampie finestre. Pur essendo solo una piccola depandance isolata nei pressi dell'orto, la casetta di Rosie farebbe invidia a tre quarti del 'Verse conosciuto.
– Non ho sonno. - farfuglia, arrancando verso la scrivania posta sotto la finestra. Ne schiude le ante, lasciando filtrare nella camera l'aria frizzante e profumata di fiori.
Vari rumori provenienti dal letto annunciano che anche Rosie si è tirata a sedere. Con la schiena poggiata al muro e le coperte tirate fin sul seno, gli rivolge un mezzo sorriso rassegnato.
– Allora cosa vuoi fare?
C'è una punta leggera, ben mimetizzata, di malizia nel tono della voce, ma Ilias la ascolta a malapena. Qualcosa, tra le cianfrusaglie ammucchiate sul tavolo da lavoro, ha attirato la sua attenzione.
– Cos'è questa?
Allunga una mano per sfilare da sotto la pila di libri di botanica una cartella di plastica nera dal contenuto voluminoso.
– Niente, roba di lavoro, lascia ...
– "Asclepio". E' la calligrafia di mio padre.
Quando si volta a cercarla con lo sguardo, sgranato e interrogativo, Rosie è riemersa del tutto dal marasma di coperte e sta sedendosi sul bordo del letto. Incrocia il suo sguardo con un misto di smarrimento e panico che è fin troppo facile leggerle in faccia.
– Cazzo, l'hai preso dal suo ufficio?
Ilias getta la cartella sul letto, la mascella contratta in una smorfia diffidente che fa quasi a pugni con l'incredulità che gonfia lo sguardo.
Rosie scrolla la testa bionda.
– Non-- Eiros, ascoltami. Non è come sembra.
– Devo dirlo a mio padre.
A questo punto Rosie scatta in piedi, gli occhi verdi e sgranati velati da un'ombra d'angoscia.
– No.
– No!? - a questo punto Ilias ha alzato la voce, la virgola nervosa di un sorriso sarcastico a piegargli le labbra. - Vuoi farlo tu, per caso?
Rosie deglutisce, tentenna. Sembra sinceramente combattuta.
– Ascolta, Ilias, tuo padre ... non è come credi. Tuo padre non è la persona che credi di--
– Sta' zitta. - la voce di Ilias si sovrappone alla sua, raschiata e gonfia di rabbia. - Sei entrata nel suo studio e hai preso documenti privati, Rose. Li hai rubati, non permetto a una ladra di parlarmi male di mio padre.
Stavolta è Rosie che si lascia scappare un sorriso affilato, duro, che le deforma le labbra carnose con una cattiveria che non le aveva mai visto addosso.
– Tuo padre è un fottuto macellaio. Un assassino.
Ilias scrolla la testa e si guarda intorno alla ricerca dei propri pantaloni, che trova appesi allo schienale della sedia. Se li infila nervosamente.
– Tu sei pazza.
– Mi dispiace, Eiros. E' la verità. Tuo padre non è la persona che pensi di conoscere. Perché credi che non esca mai da Cloverfield e vi tenga chiusi qui come due bestie in cattività? la Corte Suprema di New London l'ha condannato agli arresti domiciliari quando avevi cinque anni.
– STA' ZITTA!
Il rumore della sedia rovesciata sul pavimento rimbomba sul fondo delle urla di Ilias Vocruen.
– Mio padre è un medico, ha sempre dato tutto per il suo lavoro! Non credo a una sola parola uscita dalla tua bocca da ladra del cazzo!
Rosie scoppia a ridere.
Non può farne a meno. E' una risata isterica che le risale la gola come la piena di un fiume e, solo per qualche attimo, riesce a destabilizzare il suo interlocutore. Agguanta la cartella abbandonata sul letto e la apre su un fascicolo a caso, allungando sotto il naso di Ilias la foto di una donna nuda, stesa sopra un telo bianco con un lembo a coprirle l'inguine. E' morta e la sua pelle pallida è coperta di piaghe livide.
– Cosa ... - il disorientamento di Ilias non può che aumentare quando riconosce, negli appunti scritti a mano sul foglio accanto alla foto, la calligrafia nitida di suo padre.
– Mi dispiace, Eiros. Non volevo che lo scoprissi in questo modo.
Rosie lascia la cartella tra le sue mani ed arretra verso il letto, scivolando a sedere sul bordo. Non stacca gli occhi da lui e sembra sinceramente addolorata.
Ilias deglutisce. Torna a cercare il bordo della scrivania col sedere, senza staccare lo sguardo dalla foto.
Volta pagina e trova alcuni fogli stampati. Dati, percentuali. Il nome Jane Doe e la parola "cavia" ricorrono ogni quattro o cinque righe.
– Non è vero. - mormora, la gola serrata da un nodo che gli impedisce quasi di respirare.
– E' tutto vero. - Rosie deglutisce, recuperando un lembo di lenzuolo con cui coprirsi le cosce nude mentre si fissa le ginocchia bianche, che tremano lievemente. -  Negli ultimi anni una grossa fetta delle sue scoperte è stata impiegata nella ricerca bellica dallo stesso governo che lo aveva condannato.
Ilias continua a sfogliare i fascicoli. Uno dopo l'altro.
Ha smesso di negare l'evidenza e si è chiuso in un silenzio assoluto, spezzato solo dal respiro affannoso.
Arriva più o meno a metà, prima che l'ennesimo corpo sfigurato lo costringa a mollare a terra la cartella per barcollare rapidamente verso il bagno.
Rosie lo sente vomitare e si curva in avanti, coprendo il viso con le mani mentre dagli occhi le colano una manciata di lacrime.
Passano almeno venti minuti prima che si decida ad alzarsi per raggiungerlo.


--
Trova la porta socchiusa ed Ilias seduto sul coperchio del water, i gomiti puntellati sulle ginocchia ed il viso nascosto tra le mani com'era lei, fino a qualche secondo fa. Deve averla sentita spingere il battente, perché irrigidisce appena le spalle- ma non si muove.
– Mia madre sa tutto?
Passa un tempo infinito prima che la sua voce soffocata dal palmo delle mani riempia il silenzio, e quasi altrettanto perché Rosie riesca a metabolizzarla.
– E' stato un grosso scandalo, c'è stato un processo, quindi almeno a grandi linee ... - deglutisce. - Mi dispiace. Non è consolante.
Ilias raddrizza la nuca, sfregandosi gli occhi arrossati e umidi prima di asciugare le labbra col dorso di una mano.
– C'è sempre stato qualcosa di sbagliato.
Considera, asciutto, senza un'ombra di autocommiserazione nella voce.
A Rosie si stringe il cuore, ma distoglie lo sguardo e raggiunge il lavandino davanti allo specchio. Evita di spiare la propria immagine riflessa, limitandosi a sciacquare il viso con un'abbondante dose di acqua fredda.
– Ilich. - soffia, poi, tamponandosi il viso col primo asciugamano pescato alla cieca.
– Uh?
– Dovresti dirglielo. - si volta ad incrociare lo sguardo tempestoso del maggiore dei Vocruen e la prevedibile smorfia che gli increspa le labbra.
– Non se ne parla.
Rosie abbandona l'asciugamano sul lavello, con noncuranza, per spostarsi verso di lui. Prende delicatamente tra le mani il suo viso squadrato, solido ma sporco dei residui puerili dell'adolescenza, obbligandolo a sostenere il suo sguardo verde e addolorato.
– Non puoi tenerglielo nascosto, Eiros, ha il diritto di sapere.
– Sapere cosa. - Ilias scrolla la testa, liberandosi dalla stretta morbida delle sue mani umide con un lampo insofferente degli occhi chiari. – Che suo padre è un fottuto mostro sociopatico? Io l'ho appena saputo e, indovina un po?, sto una vera merda.
Rosie accenna un solo passo indietro, ma non smette di fronteggiarlo. Ha indurito le labbra in una linea volitiva, corrugando le sopracciglia bionde.
– Cosa pensi di fare, allora? Tenerlo all'oscuro di tutto finché non lo scoprirà da solo? Perché succederà, è-- Christ. - scrolla la testa. - E' già assurdo che sia riuscito a tenervelo nascosto fino ad ora.
Ilias scuote ancora la testa.
– Glielo dirò quando sarà il momento. Adesso non riesco nemmeno a rendermi conto.
Deglutisce, tirandosi in piedi per prendere il suo posto davanti al lavandino. Lui, però, lo fa per incontrare il proprio sguardo riflesso nello specchio. Gli ci vuole una manciata abbondante di secondi per "rendersi conto", ma poi deve riuscirci, perché improvvisamente stacca la mano dal bordo del lavello e colpisce lo specchio con un pugno.
Vetri ovunque, sangue.
Al primo pugno ne seguono altri due, o tre, prima che Rosie riesca ad aggrapparsi al suo braccio per tenerlo fermo.
– Ilias, cazzo-- ILIAS!
Lo tiene stretto con tutta la forza di cui è capace, premendosi contro la sua schiena scossa dal respiro ansante.
Ansima anche lei, sforzandosi disperatamente di ricacciare indietro le lacrime.
– Devo finire di leggere. - lo sente mormorare.
– Cosa … ?
– Devo finire di leggere i fascicoli. Voglio sapere tutto.
– P-perché? Ilias ... - si stacca da lui, prendendogli la mano spaccata tra le proprie.
Lui si stringe nelle spalle.
– Scusa per lo specchio. Te lo faccio cambiare domani.
Rosie scrolla la testa.
– E' inutile discutere con te.
Ilias storce le labbra in una smorfia selvatica.
– Nngià.
Poi le sottrae la mano tagliuzzata, cercando alla cieca l'interruttore con quella sana per metterla sotto la luce.
– Ci penso io qui, vai a letto.
– Non se ne parla.
Torce il muso per scoccarle un'occhiata implorante.
– Ti prego, Rose. Torna a letto.
Rosie sfarfalla le palpebre sugli occhi umidi, poi scrolla le spalle e si volta, lasciandolo lì alle prese con cerotti e disinfettante. Conscia che tutte le nozioni mediche del 'Verse non bastino per curare certe ferite.
16 agosto 2514 | Whitmon



– Marty-- no!
Angie Wilcox si allunga in avanti un attimo troppo tardi, quando il contatto tra i due cavetti rossi genera la scintilla ed il bambino biondo che li tiene in mano sussulta, con un gemito acuto, prima di mettersi a piangere.
Angie si affretta a strappargli di mano i fili scoperti e buttarli sul tavolo, allungando una mano sulla testa soffice di Marty per elargire ai suoi capelli ricci una carezza consolatoria.

– Ohh, dai. Ti avevo detto che il cavo rosso va sempre con quello verde ...
Deglutisce. Impiega qualche secondo a rendersi conto di non avergli dato molto conforto. Si guarda un attimo intorno, constatando che tutti i ragazzi più grandi sono impegnati con le console e i pezzi di ricambio, poi si decide ad attirare il piagnucolante Marty contro il proprio petto inesistente.
– Su, su, non fare così. E' stata una piccola scossa, non è niente ... ti sei solo preso un brutto spavento ...
Ci vuole un po', ma riesce ad arginare le lacrime del ragazzino che affonda il naso gocciolante tra le pieghe della sua canotta. Due minuti dopo sta correndo ad infastidire Jona, il fratello maggiore, alle prese col motorino di un condizionatore rotto.
E' mentre sfrega la stoffa bianca con le dita nel tentativo di asciugare i residui di moccio e lacrime che sente la porta aprirsi e, sollevando lo sguardo, incrocia la versione più sbozzata e pelosa di un viso che le è fin troppo familiare.
C'è un uomo, forse ancora un ragazzo, che non si rade da una settimana e scarica occhiate irrequiete a destra e a manca prima di appuntare su di lei due occhi azzurri e gonfi come una mareggiata che le regalano una strana sensazione di déjà vu. Come se qualcuno avesse strappato via i bulbi oculari di Ilich per piantarli nel viso di--
Angie reprime un conato e si morde le labbra mentre lo sconosciuto familiare le viene incontro. Dev'essersi accorto del modo in cui lo sta fissando e ricambia con diffidenza.
Solo a questo punto, smaltito il primo impatto, gli ingranaggi del cervello di Angie cominciano a girare per il verso giusto e le consentono di accogliere con un sorriso sfacciato

– Ilias.
Che sembra sinceramente spiazzato quando sente il proprio nome. Schiude le labbra, negli occhi un lampo di panico disorientato che Angie ha già visto molte volte.
– Tu chi sei.
La sua voce è più bassa di quella di Ilich, ma ha lo stesso timbro raschiato. Angie si gode per un po' la tensione che sente sfrigolare nell'aria, mentre Ilias Vocruen la fissa in cagnesco, prima di allungargli la mano destra inanellata.
– Angie Wilcox.

Si presenta con un guizzo fiero delle spalle, senza aspettare che l'altro decida di ricambiare la stretta (per esperienza, sa che i Vocruen non amano le strette di mano), per estendere con un gesto la presentazione a
– ... la facoltà di ingegneria meccanica e informatica di Bone Dawg, Whitmon.
Ilias si guarda intorno, sorvolando la manciata di ragazzi tra gli otto e i sedici anni che popolano il magazzino riadattato.
Il sole inonda la stanza attraverso la vetrata ampia, qualcuno ride, qualcuno sbuffa. Il silenzio è rotto da un inesauribile brusio di sottofondo.
Angie lo vede aggrottare la fronte, smorfieggiando come un animale. Poi torna a guardare lei.
– Dov'è mio fratello.
Angie lo studia per un momento, affondando gli occhi neri e lucenti da squalo nell'azzurro dei suoi.
– Non so se vorrà vederti ...
Si sente in dovere di avvisarlo, con una stretta di spalle.
Ilias deglutisce lentamente.

– ... lo so.
– Promenade St., chiedi della clinica.
Aspetta che sia uscito, cercando di non occhieggiargli troppo platealmente la schiena, e sfila rapidamente di tasca il cortex.
Avvia la selezione rapida, ma poi tronca la chiamata un attimo prima che parta.
Resta lì a fissare il display, mordicchiandosi le labbra. Poi sospira, scrolla la testa e fa scivolare il cortex nuovamente in tasca.
Ci sono cose che non si possono rimandare per sempre.

domenica

10 agosto 2506 | Corona

Stesi sul prato, immobili, gli occhi chiusi e l'erba umida che pungola le schiene nude.
– Uno …
– Due …
– … tre.
Spalancano gli occhi di scatto, sgranati contro il firmamento.
Il cielo e le stelle sono fermi.
– Non cade.
Ilich aggrotta la fronte, smorfieggiando.
Ilias grugnisce una bestemmia.
– Che merda.
Restano lì per un po' a fissare il cielo immobile, respirando l'odore della notte trapuntato di fiori.
Poi, all'improvviso, un puntino bianco si stacca dal nero dello sfondo e precipita giù. Dura appena un paio di secondi.
– Cazzo Il!
L'esclamazione, simultanea, accompagna la stella cadente mentre i due ragazzi si sollevano sui gomiti, occhi sgranati in un'espressione di pura meraviglia.
– Uoah …
– … te l'avevo detto che funzionava.
Ilias sorride, furbesco, gongolando mentre spalma nuovamente le scapole sul prato.
Ilich sospira, occhi incollati al cielo stellato come quelli del fratello, e si rende improvvisamente conto che
– Certo che insieme possiamo fare …
– … qualsiasi cosa.
22 luglio 2514 | Corona



Dopo aver chiuso le tende, tornato a sprofondare nella poltrona, Gordian Vocruen si accende un sigaro e, per una buona decina di minuti, rimane in silenzio ad osservare le volute di fumo che spirano verso il soffitto dello studio.
Solo quando l'aria si è ormai fatta quasi irrespirabile, il medico pesca una penna d'argento e scarabocchia, sul margine del giornale abbandonato sulla scrivania, un numero.
1,500,000.

Fissa intensamente le cifre imbevute d'inchiostro, sviscerandole in cerca del segreto che custodiscono e che sa essere lì, da qualche parte.
15.
Cancella gli zeri con un tratto nero, assaporando il retrogusto amaro del tabacco alla vaniglia.
Sotto il numero ottenuto ne traccia due.
1. 5.

Ci vuole un altro quarto d'ora buono perché un sorriso invisibile, raccolto negli occhi più che sulle labbra, spazzi via l'espressione assorta che gli flagellava la faccia.
I. V.
Ora che l'ha messo nero su bianco, il collegamento gli appare evidente.
Cancella meticolosamente, con una fitta nube di riccioli nero inchiostro, ogni traccia dei suoi ragionamenti.
Lascia cadere il giornale tra i denti del tritarifiuti ed affoga il sigaro nel posacenere, poi, tirandosi in piedi per tornare a spalancare le tende e le ante della finestra.
Inspira, avido, l'aria calda e frizzante che penetra nella stanza a dissipare il fumo.

22 luglio 2514 | Corona

Il sole che inonda le finestre dell'edificio centrale di Cloverfield colpisce gli occhi azzurri di Gordian Vocruen, rendendoli quasi trasparenti, quando abbassa il giornale con un gesto secco.
Lo sguardo scava un solco di disagio tra le sopracciglia curate di Zhuan Feng, improvvisamente lieto che ci siano anni luce di distanza e l'impianto video dell'holochiamata a separarli.
– Come sarebbe a dire "un ammanco"?
Anche se arrochita dal peso dell'età, la voce di Gordian Vocruen è ancora capace di colare lungo la schiena del suo interlocutore come una leccata gelida, quand'è alterato.
Ovviamente non c'è nulla di alterato nel modo in cui se ne sta accomodato nella poltrona del proprio ufficio con la copia cartacea del Corona Herald abbandonata sulle gambe accavallate.
Coroniani.
Talmente ricchi da potersi permettere di sprecare carta biologica per stampare il loro inutile quotidiano sportivo locale.
Zhuan sospira, sollevando una mano per appiattire, con la punta delle dita, le rughe d'espressione accavallate all'attaccatura del naso. Deve respirare e mantenere la calma.
– Sembra che al suo conto privato siano stati sottratti un milione e cinquecentomila dollari.
Delle labbra sottili di Gordian Vocruen non resta che una linea retta, sbavata dal solco delle rughe che gli percorrono la pelle slavata.
– Quando.
Zhuan deglutisce, esasperato dalla maniera in cui quegli occhi lo guardano fisso, come se volessero scavargli la carne e sottrarre le risposte che cerca direttamente al suo cervello.
Scosta dalla fronte una ciocca nera, liscissima, sfuggita alla lunga treccia ordinata che gli scivola lungo la schiena.
– L'ammanco risale alla metà di maggio, ma i tecnici della Corellian Bank si sono accorti solo ieri, durante un controllo di routine, del malware che impediva alle macchine di rilevarlo.
Il Macellaio di Corona rilassa la postura, irrigidita contro lo schienale, per tendere appena la schiena verso l'impianto video che proietta l'immagine tridimensionale del consulente finanziario sul pavimento della stanza, come se l'orientale fosse in piedi dall'altra parte della scrivania. Solo il profilo dei suoi abiti corer dal gusto impeccabile, cuciti addosso alla sagoma affusolata di Zhuan Feng, sfarfallano debolmente a causa della distanza coperta dal segnale.
– Come.
Scandisce lentamente, fissando Zhuan come se potesse farlo esplodere dall'interno.
Non fosse abituato al rigore assoluto, il sudore freddo che gli rende umida la schiena sotto la camicia coreana gli avrebbe già reso madida e lucente la pelle olivastra del viso affilato.
– Sembra ...
E' costretto ad umettare le labbra prima di proseguire.
– ... che l'hacker fosse a conoscenza di alcuni codici d'accesso riservati. Sembrerebbe un lavoro dall'inter--
– Impossibile.
Non c'è inflessione nella voce asciutta di Gordian Vocruen, che ha dismesso qualsiasi espressione e raddrizzato la schiena per assumere, con la disinvoltura propria di chi non ha mai chinato la testa in vita sua, un'espressione altera che mette a dura prova i nervi di Zhuan Feng.
– Ma, mr Vocruen ...
– Sono molto impegnato, mr Fheng. Mi terrà aggiornato.
Poi, gli chiude la comunicazione in faccia.

giovedì

19 luglio 2012 | Tauron

Rosie asciuga la fronte con un braccio, invischiata da ore nell'afa della serra chiusa in cui sta preparando, con pazienza, un centinaio di talee di orchidea cypripedium.
Sussulta vagamente, colta di sorpresa, quando suo nipote Ronnie schiude la porta a vetri e infila dentro la testa rossa. Ci mette un po' a individuare la giovane donna bionda mimetizzata tra i fusti enormi di fiori e piante tropicali.
L'annuncio di un ospite appena arrivato da Greenfield le strappa un'espressione sorpresa, incuriosita abbastanza da spingerla a mollare lì il lavoro ed i guanti per seguire Ronnie verso la casa colonica di Fields of Athenry.
Quando entra nel salone, pestando le assi di legno con gli stivali impermeabili da giardino, lo stupore lascia spazio ad un fugace tuffo al cuore.
Ilias se ne sta seduto sul bracciolo della poltrona di 'Rye, una camicia a quadrettoni rossi e la barba sfatta che lo fanno sembrare sorprendentemente maturo. Almeno finché non incrocia l'azzurro gonfio e tempestoso dei suoi occhi puntati su di lei.
– Ciao, Ros'. Non mi fermerò a lungo.
Quel modo di mettere le mani avanti le fa storcere leggermente la punta del naso, mentre saluta Ronnie e gli assicura che-
– Va tutto bene, ti va di chiedere a zia Aerye se ci prepara una tazza di té?
Esita per un momento, poi, mentre suo nipote schizza verso la cucina e li lascia soli; liscia con una mano il fianco della camicia bianca, senza sapere se avvicinarsi o meno.
Prende posto sulla vecchia sedia a dondolo di fronte alla poltrona, sul lato opposto del caminetto spento.
– Non devi andartene se non vuoi, Eiros.
Ilias contrae la mascella con un guizzo nervoso, arricciando le labbra in una smorfia insofferente, da animale in trappola.
– Non. Chiamarmi. Così.
Rosie non riesce a trattenere un sorriso, accomodando le spalle minute contro lo schienale della sedia a dondolo che ondeggia, indolente, sotto il suo peso morbido.
– E' un bel nome, significa bagliore ... non capisco perché non ti piaccia. Auryn non si è mai lamentato di--
– Ilich non ti conosce bene quanto me.
Ilias è schizzato in piedi, teso come la corda di un arco prima dello scocco. Rosie Cavanaugh si rende conto solo adesso di quanto sia cresciuto, che la supera parecchio in altezza e ha acquistato, sotto i vestiti, le forme solide di un uomo. Piega le labbra un sorriso arrendevole, quando lo vede puntare la porta con un'occhiata gonfia di ripensamenti.
– Mi dispiace, Eiros. Ilias. Perché non mi dici cosa sei venuto a fare?
E' un invito diretto, ma privo di spigoli. Rivederlo adesso le fa male, da qualche parte, ma è un dolore che si mescola al piacere soffuso dell'affetto incondizionato.
Ilias tentenna. Non sembra granché a suo agio in quella stanza. In quella casa.
Deglutisce.
– Sono stato su Shadetrack, prima di venire.
Rosie schiude labbra ed occhi, colpita e affondata, cercando con le dita affusolate i braccioli di legno della sedia.
– Perché?
Parla così piano che riesce a stento a sentire la propria voce sopra il battito ferito del cuore.
Ilias si stringe nelle spalle, infilando le dita di una mano fra i capelli per stropicciare le ciocche castane, più corte di quanto ricordasse.
– ... la tomba di Cal è vuota, no?
– Come quasi tutte quelle del cimitero sul retro.
Quell'ammissione le costa un sospiro, ad occhi chiusi. Quando li riapre ha ricacciato indietro le lacrime e c'è qualcosa di rabbioso, nei suoi occhi limpidi.
– Perché sei andato su Shadetrack?
Ilias incassa l'accusa nella sua voce con una stretta di spalle che sa di scuse. Ma sostiene il suo sguardo, abbandonando la porta per piantarle addosso gli occhi scuri, gravati da un'ombra di angoscia che Rosie non vedeva da anni, prima di trovarsela davanti alla porta di casa un paio di mesi fa.
– Volevo vedere dov'è morto tuo marito. Cos'è rimasto dopo la guerra.
Stavolta il guizzo delle sue spalle larghe ha il sapore dell'impotenza. Deglutisce, dilatando le narici come un animale furioso.
Poi si affloscia contro il lato del camino, appoggiando una tempia ai mattoni di pietra.
Rosie non parla, lo guarda e ritrova, da qualche parte, la compassione che l'aveva travolta i primi tempi a Cloverfield, quando i due figli di Gordian Vocruen sfuggivano di nascosto al guinzaglio corto del padre per passare i pomeriggi tra le colonne del gazebo d'acqua.
– Sono stato fortunato, vero?
Il mormorio basso di Ilias le strappa un sussulto sorpreso.
– Cosa-?
– A nascere su Corona, lontano dalla guerra. Potevo morire in trincea, potevo perdere una gamba o perderci la testa. Invece mi lagno continuamente perché mamma e papà non mi abbracciavano abbastanza quand'ero piccolo ...
Christ. Ora piantala.
Rosie si è tirata in piedi bruscamente e zia 'Rye, comparsa sull'uscio della cucina con due tazze fumanti di té tra le mani, arretra in silenzio nel vano ombreggiato della porta.
– Conosco uomini tornati sani dalla guerra che avrebbero perso la testa ad avere Gordian Vocruen come padre. Tu-- Christ, Ilias. Io c'ero, ricordi? Ti lamenti anche poco, per la vita di merda che hai fatto.
Si sente gli occhi umidi e, nel petto, una gran voglia di piangere; ma non sa se per Ilias o per Cal, per Cloverfield o Serenity Valley.
Ilias che stacca la testa dalla parete e le rifila un sorriso sghembo, che balena negli occhi e le inonda le viscere di sollievo e stupore.
– Ros', hai detto merda.
A spezzare il silenzio sospeso, irreale, che segue è una risata non del tutto cristallina, roca ed estremamente femminile.
Ilias aspetta che l'ilarità e il sorriso siano sfumati naturalmente, poi cerca con gli occhi le assi del pavimento.
– Senti ...
'Rye torna a varcare l'arcata del salone con le tazze di té, rivolgendo un cenno alla sorella e un'occhiata curiosa, vagamente diffidente, allo straniero.
Rosie sorride, ringraziandola con uno sguardo.
– E' mia sorella.
Spiega ad Ilias, che si è zittito e ne ricambia la diffidenza senza riserve.
Il ragazzo scrolla la testa, lasciando la tazza sul tavolo tondo di legno mentre torna a cercare Rosie e, stavolta, salta i convenevoli.
– Ilich. So che è venuto da te.
Rosie affonda la punta del naso nel vapore che si leva dalla sua tazza colma, abbassando lo sguardo sulla superficie scura e profumata del té al cardamomo.
– Ti sbagli, non lo vedo da ...
– Rosie.
Deglutisce, sospira. Torna a cercare gli occhi chiari del ragazzo.
– Avresti dovuto semplicemente dirglielo.
Ilias mastica una smorfia insofferente.
– Neanche tu gliel'hai detto. Volevi che lo facessi io perché sapevi che non ne avresti avuto il coraggio.
Rosie non può fare a meno di sorridere, colta in fallo e vagamente contrita.
– Me l'ha detto anche lui.
– Dov'è?
Lo vede guardarsi attorno frenetico, come un cane da caccia che ha fiutato la preda ferita, e ne cerca una spalla con la mano libera; le dita affusolate e bianche affondate nelle pieghe della sua camicia umida di sudore con infinita tenerezza.
– Non è rimasto, mo chroí.
– ... Oh.
Ilias deglutisce, rovesciando il muso verso terra, e Rosie sospira. Raccoglie il labbro inferiore tra i denti e vacilla, divisa tra due pulsioni diametralmente opposte.
– Oh, ma al diavolo. Vieni con me.
Si allunga per posare la tazza sul tavolo ed agguanta il polso del ragazzo, ignorandone il grugnito riluttante per trascinarselo dietro lungo le scale.
'Rye sospira, pigramente appoggiata contro lo stipite della cucina, accarezzando la testa rossa di suo nipote mentre guardano gli ultimi barbagli di vapore staccarsi dalle due tazze rimaste piene di té quasi tiepido.
– Che spreco.
Un sorriso distratto, distante un intero 'Verse da lì. Si stacca dall'uscio con indolenza.
– Prendi i biscotti, Ron; ce lo beviamo noi.

mercoledì

11 luglio 2514 | Greenfield

Ilias fiancheggia cautamente lo steccato degli Hayter, gettando occhiate qua e là per assicurarsi di non dare troppo nell'occhio. Raggiunge il cancelletto e sfila di tasca una mano per provare a scastrare il chiavistello. Con sua somma sorpresa, lo trova aperto: una spintarella ed allunga i primi passi all'interno, leccandosi le labbra e spaziando con lo sguardo sull'appezzamento che gli si apre sotto gli occhi, colpito dai raggi obliqui e aranciati del sole pomeridiano.
Scarta recinti e stalle, adocchiando la veranda della casa colonica con un sorriso largo che gli si congela sulle labbra quando qualcosa di duro e freddo gli pungola la spina dorsale.
Qualcosa che assomiglia molto alla canna di una pistola.
– Tieni le mani in vista, figliolo.
Ordina una voce ruvida. Ilias deglutisce il cuore che gli è schizzato in gola e sfila di tasca la mano destra per metterle entrambe dove l'uomo alle sue spalle possa vederle.
– Non ti hanno mai detto che si bussa prima di entrare in casa d'altri, ladruncolo?
– Non sono un ladro.
– Ah, no?
La canna della pistola gli affonda fastidiosamente contro la schiena, spingendogli un brivido su per la colonna vertebrale.
– Cosa sei venuto a sgraffignare?
Ilias non resiste alla tentazione di torcere il collo per occhieggiare, in tralice, il viso rugoso del gigante che lo tiene sotto tiro. Un altro affondo contro i reni lo convince a tornare a guardare in avanti, con la fronte corrucciata in una smorfia insofferente.
– Ho detto che non sono un cazzo di ladro. Sono venuto a cercare Quinn.
Solo per un attimo, ha l'impressione che la canna della pistola finirà per sfondargli la schiena.
– Cosa vuoi da Quinn.
Improvvisamente, da che sembrava quasi divertito, il vecchio ha assunto un'inflessione aspra che puzza di diffidenza.
Ilias deglutisce, dibattendosi tra il fastidio e la paura per una manciata di secondi interminabile. Riesce a cavarsi fuori qualcosa di meno aggressivo e più confuso di un ringhio animalesco.
– Crostata.
– Uhn?
– Tipo, la crostata di visciole della nonna di Quinn è fenomenale; l'ha mai assaggiata? Quinn mi ha detto che potevo venire a prenderne un po' quando volevo, anche se lei non c'è.
Si zittisce con un guizzo della mascella, trattenendo il fiato mentre il silenzio alle sue spalle si fa pesante. Poi il vecchio emette qualcosa di estremamente simile ad una risata strozzata e la canna della pistola si stacca dalla sua schiena.
Si volta bruscamente, inquadrando Paul Thomson e l'avvitatore elettrico che tiene stretto nella mano enorme come se fosse un revolver.
– Potevi dirlo subito che sei un amico di Quinn.
Gli rifila un sorriso sghembo, squadrandolo con occhi brillanti e quasi troppo acuti.
Ilias apre la bocca, poi la richiude, incassando l'improvviso bisogno di spaccare la faccia rugosa del nonno di Quinn con una smorfia da cane frustrato che--
– Cos'è quella faccia? Sembri il cane di mia nipote.
Abbassa l'avvitatore, il cui filo di gomma si snoda lungo il perimetro interno dello steccato degli Hayter fino all'asse sghemba che, evidentemente, il vecchio stava sistemando al momento dell'intrusione.
– Uno scorpione mutante ti ha mangiato la lingua, ragazzo? Come ti chiami?
Ilias gonfia il petto di un sospiro insofferente, sfiatandolo dal naso prima di mugugnare il proprio nome.
– Come?
– Ilias.
Paul Thomson gli volta le spalle per andare a riporre l'avvitatore nella cassetta degli attrezzi, poi torna verso di lui accennando, con il mento, alla porta di una casa più piccola dell'edificio principale, affiancata a quella che sembrerebbe un'officina meccanica.
– Il cacciavite fra i capelli di Quinn.
E' un mormorio che gli scappa tra le labbra prima che Ilias possa rendersene conto e fermarlo. Il vecchio lo sbircia di sottecchi con un sorriso sornione.
– Vieni dentro, ragazzo. Credo che Ella abbia lasciato della crostata a riposare sul tavolo della cucina.
In cucina la crostata c'è sul serio, nascosta sotto un panno a quadrettoni rossi che il vecchio scosta dopo essersi sfilato i guanti da lavoro.
Gli fa cenno di sedersi e servirsi a piacimento, ma Ilias pianta le natiche sulla sedia e si limita a seguirlo con lo sguardo nervosamente, senza nascondere il disagio che gli si è incollato alla pelle e gli tende i tratti morbidi del viso in un'espressione selvatica e quasi belligerante.
– Mia nipote ha solo amici strani.
Commenta Paul Thomson, tra il divertito e lo sconsolato, versandosi un bicchiere d'acqua del rubinetto e passando la mano libera sulla fronte madida di sudore. Su Greenfield si muore di caldo, d'estate.
– Vive qui?
Ilias si decide a porre la domanda con aria mezzo imbronciata, come se non avesse preso granché bene lo smacco della finta pistola. Alterna lo sguardo tra la crostata e il gigante, spazzando
di tanto in tanto il resto della stanza con occhiate fugaci e irrequiete.
Paul Thomson annuisce, dissetandosi senza fretta.
– Quando è su Greenfield ... per lo più viene solo a dormire. E per lo più dorme in officina.
Accenna al locale adiacente la casa con un'aria divertita e assente al tempo stesso che a Ilias ricorda Quinn in maniera inquietante.
– Perché si chiama Quinniperseilys?
Domanda a bruciapelo.
Per un attimo, gli sembra di essere riuscito a sbalordirlo. Poi il vecchio corruga la fronte, rendendola ancora più rugosa, e scrolla la testa.
– Mangia quella crostata e chiuditi la bocca, ragazzo.
Ilias si chiede perché abbia voluto sapere il suo nome, se tanto continua a chiamarlo "ragazzo", ma si rende conto che è cambiato il modo in cui Paul Thomson lo squadra placidamente dal lavello della cucina. Come se avesse appena varcato la soglia di una ristretta cerchia di individui la cui importanza, tuttavia, continua a sfuggirgli.
Opta per allungare una mano verso il coltello poggiato accanto alla teglia e prendersi una fetta di crostata.
– Ne, uhm, vuole un po'?
Alza a malapena lo sguardo sul vecchio, che scrolla pigramente la testa.
– E' quasi ora di cena.
L'orologio a parete della cucina dei Thomson lo informa che sono solo le sette e quarantacinque del pomeriggio, ma Ilias si trattiene dal fare obiezioni e tappa la bocca con un pezzo di crostata.
E' meravigliosa, come c'era da aspettarsi.
Per una manciata buona di minuti si limita ad ingozzarsi con una voracità ammirevole, sebbene mastichi a bocca chiusa in maniera insospettabilmente civile, mentre Paul Thomson lo osserva a tratti, distratto e divertito, caricando di tabacco non sintetico una pipa tirata fuori da chissà dove.
A un tratto, quasi senza rendersene conto, Ilias si perde ad osservarne i gesti calmi e metodici, smettendo lentamente di mangiare.
– Non hai più fame, ragazzo?
Sfarfalla le palpebre, seguendo il percorso della pipa fino alle labbra rugose dell'altro.
– Ha combattuto durante la guerra?
– No, ragazzo, ero già troppo vecchio. E tu?
Ilias scuote lentamente la testa, tornando ad abbassare lo sguardo sulla tovaglia. Risolleva gli occhi azzurri, scuri e irrequieti su di lui quasi immediatamente.
– Avrei proprio detto di sì, però.
Paul Thomson si stringe nelle spalle.
– Ci sono tanti tipi di guerre. Quasi tutti ne combattono almeno un paio nel corso della vita.
Ilias annuisce, pensieroso. Poi fa per alzarsi.
– Credo che dovrei andare.
Il vecchio si stacca dal lavello, dopo averci vuotato dentro il contenuto della pipa, e tira via una sedia dal tavolo per mettersi a sedere accanto a lui.
– E' quasi ora di cena, Ella sarà qui a momenti. Le farà piacere conoscerti.
Ilias esita parecchio, in piedi con la seduta schiacciata contro il retro delle ginocchia. Poi fa spallucce e crolla di nuovo a sedere.
– Grazie.



II

Sono sdraiato al buio.
Ingoio respiri umidi ed allungo una mano alla cieca per tastare, sopra di me, le venature di legno del coperchio di una bara graffiato da ditate di sangue.
Come se qualcuno, prima di me, avesse lottato per uscire.
Si muore di caldo, o forse è solo l'ansia che mi fa battere il cuore contro le costole. Cerco di trovare uno spiraglio nel quale infilare le dita per aprire la bara, ma il coperchio di legno è diventato una lastra di ferro a tenuta stagna e c'è qualcosa di freddo e molle che mi sfiora il fianco: la stessa sensazione che si prova ad avere qualcuno sdraiato accanto.

C'è un lamento soffocato che mi ghiaccia le budella e quando mi giro lui è lì.
Boyd Flynt è steso accanto a me nella bara sigillata, con la gola squarciata che gorgoglia fiotti di sangue ogni volta che la sua bocca si spalanca per gridare, emettendo solo rantoli strozzati.

Allunga le mani verso il mio collo e sento le sue dita fredde ed appiccicaticce artigliarmi la gola. Cerco i suoi polsi, mi agito, ma non riesco a liberarmi. Boyd spalanca la bocca come un buco nero per vomitare uno sciame brulicante di formiche nere che si infilano ovunque.
Mi entrano nel naso.

Vorrei piangere e gridare, ma ho la gola stretta in una morsa soffocante.
"... ISO ... CCISO ... MI HAI UCCISO ..."
l'accusa stridula che sgorga dalle labbra decomposte di Boyd è il migliore dei cliché, ma quando cerco di ribattere che era l'unica cosa da fare mi si riempie la bocca di formiche e io mi contorco nel tentativo disperato di respirare e--


Mi sveglio di soprassalto sul pavimento della sickbay, sulla Almost Home. Il cortex dice che ho dormito quaranta minuti.
Devo andare a prendere Sterling alla base medica.

lunedì

29 giugno 2514 | Greenfield

Poi, improvvisamente, ho capito dove andare a cercare.
4 novembre 2507 | Corona

Comunque sei bravo.





– Comunque sei bravo.
– Uh?
Ilias scosta lo strumento dalle labbra e solleva il mento, cercando Rosie con un'occhiata in tralice piuttosto interrogativa.
Lei gli sorride ed accenna col mento all'armonica stretta fra le dita del ragazzo.
– Sei diventato bravo.
Ilias insegue lo sguardo fino al mattoncino di metallo forato, rigirandoselo tra le dita con una smorfia vagamente animalesca e non proprio soddisfatta.
– Grazie.
Si raddrizza sulla panca di legno e torce il collo in cerca di Ilich, addormentato a terra con la schiena poggiata contro la colonna del gazebo piantato al centro dell'opulento orto botanico di Cloverfield. Il lago privato non è lontano, spira verso di loro un vento fresco che porta con sé, quasi impercettibile, un vago odore di cloro.
Rosie allunga una mano per accarezzare distrattamente la testa del Vocruen minore, spingendolo nel sonno a raggomitolarsi meglio contro il pilastro in vetrocemento, che rende tutta la struttura simile ad un irreale blocco d'acqua.
Rosie sorride, ritraendo le dita per iniettarle nella massa voluminosa e siderale dei suoi capelli biondissimi.

Rosie Cavanaugh si occupa del giardino, vale a dire centinaia di acri di piantagioni medicinali e non, che fanno di Greenfield la tenuta con l'orto botanico più vasto di tutta Corona.
Rosie non è una giardiniera, naturalmente. C'è un vastissimo staff alle sue dipendenze, mentre le sue competenze sono a metà tra quelle di un biologo ed un architetto.


E poi è bella, in un modo particolare e asimmetrico.

Ilias ed Ilich non fanno che accampare scuse per passare del tempo con lei e, la notte, fantasticano sotto le coperte di seni nudi e capelli biondissimi sparpagliati sul cuscino.

Rosie Cavanaugh ha ventiquattro anni ed è vedova di un uomo buono.

Leggera, scivola a sedere accanto a Ilias e gli posa un bacio morbido sulle labbra.

– Dovresti riportare in casa tuo fratello.
6 marzo 2509 | Corona

Attraversando la finestra della camera da letto, Ilias trova ad attenderlo il pugno di suo fratello.
– Sei un pezzo di merda.
Incespica giù dal davanzale e finisce a terra, dove lo raggiunge un calcio nel costato discretamente efficace, considerata la stazza fragile del mittente.
– Te la sei scopata? Stronzo!
Si contorce con un gemito dolente e rotola sul pavimento per rimettersi in piedi, tirandosi su a quattro zampe prima di buttarsi in avanti, contro le gambe di Ilich pronte a sferrare un altro calcio, per placcarne le ginocchia con le braccia e trascinarlo giù.
– Vaffanculo, Ilias! Mollam-- tiammazzo!
Ilich si divincola e gli riempie la schiena di pugni, ma Ilias non lo lascia andare, affondando la faccia contro i suoi jeans nel buio della stanza illuminata, a stento, dai raggi di luna che filtrano attraverso i vetri.
– Sei una merda, uno stronzo testa di cazzo ... vaffanculo. Mi fai schifo-- lasciami!
Poco a poco, la rabbia di Ilich vira su toni più lamentosi, mentre gli scatti convulsi del suo corpo magro, le ginocchiate e i pugni che cerca di rovesciargli addosso perdono vigore, lasciandolo stremato e rosso in faccia come se avesse corso per chilometri.
– Ti odio.
Grugnisce, a mo' di resa finale. Non senza piegare la nuca per addentargli violentemente la spalla nuda.
– Ahia, cazzo! Ma sei scemo?!
Ilias lo lascia finalmente libero di rotolare da una parte, schienandosi sul parquet per rovesciare un'occhiata sul soffitto. Gli fanno male le spalle e il costato, a questo punto, ma ha gli occhi pieni di una luce sorniona e soddisfatta.
– Tu che dici?
Gongola, cercando il profilo del fratello con la coda dell'occhio. Ilich è steso bocconi, le braccia incrociate sotto il mento e l'aria corrucciata.
– Te la sei scopata.
Ilias torce il collo per allungargli un sorriso sghembo, da canaglia, che gli vale un grumo di saliva dritto in faccia. Grugnisce una bestemmia inarticolata e si pulisce il muso col palmo di una mano, che poi asciuga sfregandola sui jeans ad altezza coscia.
Ilich si chiude in un silenzio offeso che dura almeno una decina di minuti prima che si decida a voltarsi, lentamente, per appiattire un fianco a terra e fronteggiare il profilo del fratello maggiore.
– E com'è ... stato?
C'è un lampo vivido negli occhi azzurri di Ilias che lo cercano nella penombra un attimo prima che scatti, con un guizzo dei muscoli, per avventarsi su di lui e cingergli la vita stretta con un braccio, schiacciandolo sotto il peso del proprio corpo caldo e seminudo per premere le labbra sulle sue con irruenza tale da impedirgli di respirare per tutta la durata di quel bacio a stampo.
Ilich annaspa e cerca di liberarsi, premendo la nuca a terra e sfuggendo alla bocca del fratello abbastanza da farfugliare qualche insulto inintelligibile che gli vale una risata sbrodolata contro la guancia. Non passa molto prima che l'ilarità raddoppi, lasciando colare scompostamente sulle assi di legno da migliaia di dollari i corpi aggrovigliati dei due Vocruen.
– Cristolurido, certo che sei proprio un cancro al culo.
– Non mi rompere, piattola.
– Verruca. 
– Liposarcoma.
– ... stronzo.
– Inutile che gnauli, hai perso.
– Vaffanculo.
La conversazione prosegue diplomaticamente, tra un sospiro esausto e l'altro, contaminati da rigurgiti fugaci di risata sommessa.


L'alba li trova sprofondati nel sonno, uno sull'altro, come animali puri ed incoscienti.

martedì

4 ottobre 2496 | Phoenix

– Tesoro, ascoltami. Devi pensarci bene, prima di gettarti in qualcosa di cui potresti ...
– E' un mostro, mamma!
– Ed è mostruosamente ricco, Clarissa! Non puoi divorziare ed aspettarti che non ti tolga almeno i bambini.
– Con la sua reputazione? ... Nessun tribunale, soldi o non soldi, lascerebbe due bambini così piccoli nelle mani di quel macellaio.
Clarissa è seduta sulla vecchia poltrona viola nel salotto di sua madre. Tormenta i capelli biondi con le dita sottili e si copre la faccia per respirare, nervosamente, nella conca scavata dal palmo delle mani.
– Non ti lascerebbe un dollaro, tesoro. Come pensi di mantenerti, dopo? Vuoi tornare ad esibirti in quei locali?
– Potrei ... risposarmi.
Miranda Cosgrove è una donna di cinquantasei anni che dev'essere sata molto bella, sebbene lo scorrere del tempo non sia stato magnanimo con lei. I capelli ingrigiti raccolti in una crocchia alta, il viso segnato da rughe che erano sicuramente meno profonde prima che la figlia si presentasse davanti alla sua porta con un diavolo per capello.
Ora la guarda, scettica e preoccupata, attraverso il vapore che si leva dalle tazze di tè bollente.
– Un'ex ballerina di Phoenix divorziata e con due figli a carico? Cielo, Clarissa, ascoltati!
– Su New London nessuno sa che non sono nata a Manhattan ...
– Ma non puoi aspettarti che nessuno sappia come ti sei guadagnata da vivere fino al matrimonio con Gord--
– NON DIRLO!
Clarissa ha raddrizzato la schiena di scatto, gli occhi spalancati e la bocca rossa, morbida, contratta in una linea tremante di rabbia.
Allenta, poco a poco, la stretta spasmodica delle dita sulle pieghe della gonna, respirando dal naso e chiudendo gli occhi. Ci vuole una manciata di secondi abbondante perché ritrovi la calma, sotto lo sguardo apprensivo di sua madre.
– Bevi un sorso di té, tesoro.
Le tremano le dita mentre accosta la tazza alle labbra e il té alle erbe sintetico della drogheria dietro casa le sembra insipido e scadente.
– Cosa dovrei fare, secondo te?
Studia l'espressione combattuta di sua madre, dall'altro lato del tavolo, e pensa che non può finire così, alla sua età, sola in una casa piena di regali di vecchi ammiratori che si sono dimenticati di lei; quelli che non sono morti.
Miranda sembra leggere i pensieri di sua figlia nel verde dei suoi occhi, perché sospira e si stringe nelle spalle.
– Resta con lui, bambina mia. Non rinunciare al tuo futuro, al futuro dei tuoi figli ... questa burrasca legale passerà e tornerete alla vita di prima. Ora sei arrabbiata, spaventata, ferita, ma ti passerà. Ti abituerai ... fallo per Ilias e Ilich.



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14 giugno 2504 | Corona

I bambini.

La decisione di restare al fianco di Gordian nonostante tutto l'aveva presa soprattutto per il loro bene. Per non costringerli a crescere fra gli stenti di una vita disagiata, con una madre ballerina costretta a passare da un uomo all'altro, uno peggiore dell'altro. Per risparmiare loro le violenze, la paura, la sensazione di non avere prospettive che conosceva così bene.
Ora le sembra così strano pensarci.
Seduta davanti alla toletta, nella penombra studia il trucco leggermente sfatto intorno alle palpebre, il rossetto sbavato lungo le labbra e le ciocche biondo miele che colano disordinatamente sulle spalle, sfuggite all'acconciatura elaborata che le teneva insieme dietro la nuca.
Si guarda allo specchio e non riesce a ricordare quand'è, esattamente, che ha smesso di interessarsi dei suoi figli. Quando ha permesso a Gordian Vocruen di ritirarli dalla scuola per farli studiare a casa? O forse quando si è resa conto che la sua vita, la sua, intrappolata in quella gabbia d'oro con quell'uomo mostruoso che le lasciava fare tutto ciò che voleva, non aveva più prospettive di quella di una vecchia ballerina sola in una casa di Phoenix, circondata di ricordi squallidi e impolverati.
Si rende conto con orrore di essere grata che sua madre sia morta e non possa vederla adesso.
Raccoglie una salvietta umidificata e lentamente, metodicamente, comincia a ripulire le sbavature del trucco.
Per un momento, tamponando l'angolo dell'occhio destro, si sforza di chiedersi come stiano i bambini, a quale lezione atroce li stia sottoponendo, proprio in quel momento, suo marito.
Ma in breve si rende conto che non le importa: la stretta al cuore dura un paio di secondi e poi si estingue lasciandola svuotata, anestetizzata e incapace di cercare una via d'uscita. Come un uccello rassegnato a guardare il mondo attraverso le sbarre di una gabbia, ha smesso di provare pena persino per se stessa.
Se potesse tornare indietro forse farebbe una scelta diversa, o forse no. Si lascerebbe vincere ancora dalla paura, dai consigli di sua madre, dalla sicurezza economica, dal prestigio sociale.
Guarda negli occhi il proprio riflesso e, nella piega dolce delle palpebre truccate, non riesce a trovare nemmeno un'ombra di rimpianto. Tutto quello a cui ha rinunciato è troppo distante perché abbia la forza di immaginare come avrebbe potuto essere la sua vita.
– Non sono nemmeno abbastanza coraggiosa da farla finita.
Il mormorio che le sfugge dalle labbra causa una serie di fruscii e movimenti alle sue spalle, che convergono nel gorgoglìo di una voce assonnata.
– Clarissa ... ?
Non si volta, cercando nell'angolo in alto dello specchio il riflesso dell'uomo bruno che cerca tastoni l'orologio da polso tra le lenzuola sfatte.
– Mia moglie torna tra meno di un'ora.
Clarissa lascia cadere la salvietta e ruota sullo sgabello girevole per elargire a Robert Rothko un sorriso radioso.
– Me ne stavo giusto andando, anch'io devo essere a casa per l'ora di pranzo.
Si alza, incassando l'occhiata avida dell'uomo nel letto mentre richiude rapidamente, uno ad uno, i bottoni di madreperla del vestito che le ha regalato suo marito.
Impiega poco a rimettersi in ordine, finendo di sistemare i capelli mentre Robert si aggira per la stanza in cerca dei calzini, con indosso solamente le mutande.
Recupera la borsa, avvicinandosi per scoccargli un bacio a stampo, malizioso, sulle labbra prima di raggiungere la porta.
– Ah, Robert ... dì a Martha che c'è una sfilata di Zheng Yue su Horyzon, il prossimo mese, e non la perdonerò mai se non mi accompagna.

venerdì

I

Sono al ranch, è notte. Ho il terreno battuto sotto i piedi scalzi e lo sguardo rivolto ad est, dove la luna sorge lentamente. Il vento che mi soffia addosso mi fa rabbrividire, mi stringo nella camicia di flanella e il vento freddo si placa lentamente.
Nel giro di non so quanto tempo, attimi o minuti, l'aria si è fatta afosa e sento, distintamente, una goccia di sudore colarmi lungo il naso.

Dalla stalla, quella che ospita la vacca malata, proviene un coro di versi lamentosi.
Mi volto ed entro nell'edificio di corsa, anche se non ho i guanti.

All'inizio, al buio, non riesco a vedere nulla. Mi faccio largo a tentoni fino allo slot in fondo, rischiarato dalla luce che filtra attraverso un lucernario sul soffitto. Ma la mucca non c'è.
I raggi bianchi della luna illuminano l'ammasso informe di corpi riversi sulla paglia.
Sono-- erano esseri umani.

Ora hanno facce squagliate, la carne livida e marcia dei morti viventi che cade a pezzi, sgommando il pavimento di sangue ad ogni centimetro strisciante guadagnato verso di me.
Mi hanno visto e gemono, si lamentano, e cercano di raggiungermi contorcendosi come vermi.
Poi, lentamente, uno di loro si tira in piedi.
Non ha più gli occhi, buona parte del viso si è decomposta fino a snudare la carne e porzioni del teschio. Ma io la conosco.
E' Roona e sta barcollando verso di me, spalancando la bocca piena di sangue.

A poco a poco si alzano tutti e ne riconosco alcuni.
C'è mia madre, Bob il giardiniere. C'è anche il ranchero dell'altra notte, Dima, mentre gli altri mi sono sconosciuti e, nella gran parte dei casi, non hanno nemmeno più una faccia.
Vorrei girarmi e correre via, ma non ci riesco: le mie gambe sono avviluppate dalla melma vorace in cui si è trasformato il suolo. Riesco a malapena ad indietreggiare, troppo lentamente, finché non trovo con le spalle la recinzione di legno.

Apro la bocca, ma non posso nemmeno gridare. Tutto quel che ne esce è un fiotto di sangue.
Mi viene da piangere ma, quando mi tocco la faccia, scopro che anche le lacrime sono fatte di sangue. Come quello che cola dalle bocche aperte di Roona, di mia madre, di tutti i cadaveri marcescenti che mi vengono incontro e si sciolgono, strada facendo.
Cadono a pezzi, sfrigolando nell'ondata di sangue che sta prendendo forma, ondeggiando come una marea.

E' il cavallone più alto che io abbia mai visto e si staglia contro il cielo, chilometri sopra di me, prima di abbattersi sulla mia testa.


Apro gli occhi e mi tiro su di scatto, il cuore a mille e i polmoni che annaspano in cerca d'aria.
Mi ci vuole un po' per riconoscere l'infermeria del ranch. Mi sono addormentato sulla brandina d'emergenza mentre studiavo le lastre, l'altra notte.
Sento in bocca il sapore del sangue e scopro che, nel sonno, mi sono morso fino a rompermi la guancia.



Istintivamente, non so perché, mi affanno con lo sguardo per la stanza alla ricerca della bottiglietta di liquido viola che ho preso a Roona Mei sul thor.
E' ancora sul tavolo. Ancora piena.

domenica

14 giugno 2504 | Corona

Il giardino di Cloverfield è inondato dal sole, la facciata bianca della futuristica villa coloniale brilla di raggi riflessi. Gordian è seduto su una sedia in veranda, l'hologiornale aperto alla pagina economica e la pipa, spenta, stretta fra i denti.
Clarissa spalanca la porta-finestra e si fionda fuori, piroettando davanti al marito in un tripudio di gonne e ricami oro su rosso.
– Come sto?
Civetta, allungando una mano per sistemare le ciocche bionde raccolte in un'acconciatura elaborata.
E' una bella donna che ha superato da poco i trenta, deliziosamente affusolata nell'abito cinese da cocktail, ma Gordian solleva a malapena lo sguardo dal foglio elettronico e le dedica un'occhiata vuota.
– Sei bellissima, mia cara.
La voce di Gordian Vocruen richiama l'azzurro dei suoi occhi, gelido e trasparente come una sorgente di montagna, ma Clarissa non ne sembra particolarmente turbata. Piega le labbra imbellettate in un sorriso tumido e pizzica gli orli della gonna per esibirsi in una delicata riverenza.
– La ringrazio, mr Vocruen.
Abbozza un sorriso malizioso, poi si raddrizza di scatto e volta la testa verso il cancello della tenuta, facendo ballare l'acconciatura: le bacchette di legno infilate tra i capelli sono quasi anacronistiche sullo sfondo del portico di cemento bianco e vetrate scure, schermate ai raggi UVA, che non si faranno limpide e trasparenti fino al tramonto.
– Sono in ritardo per il ricevimento di Martha Rothko.
Gordian le concede un sorriso mite, che ammorbidisce la durezza dello sguardo senza riuscire ad intaccarlo del tutto.
– Gli ospiti importanti si fanno sempre attendere, cara.
Clarissa gli rivolge un sorriso radioso, ma sporco di un vago retrogusto sardonico: sa che è una bugia detta solo per blandirla. Gordian Vocruen destesta la mancanza di puntualità.
– Ci vediamo a cena, caro.
– A più tardi.
Gli schiocca un bacio a mezz'aria e sgambetta verso il cancello principale dove Horatio, in livrea impeccabile sotto il sole cocente, l'aspetta con la portiera aperta.
Gordian non la segue con lo sguardo, scrociando le gambe per accavallarle pigramente nel senso opposto prima di tornare alla lettura.


Clarissa Vocruen, 14 giugno 2504,
Cloverfield (Corona)



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Dietro la casa, oltre le stalle ed il bosco privato, ammucchiati a ridosso di uno dei cancelli secondari della tenuta ci sono due ragazzini ossuti intenti a godersi l'ora d'aria giornaliera.
– Trotter, sta' buono per Dio!
– Shhh, ma sei scemo? Abbassa la voce ... se no ci sente qualcuno.
Trotter è un setter irlandese di otto mesi che scondinzola e si dimena, cercando di mordere giocosamente le mani che lo trattengono.
– Merda, tienilo fermo ...
Ilias è a torso nudo, le scapole sporgenti cotte dal sole e la pelle madida di sudore, impegnato a tenere fermo il muso del cane infilato tra le sbarre del cancello mentre Ilich, da dietro, spinge per cercare di farcelo passare attraverso.
– Si è inca-- strato, cazzo.
Ilias torce il collo, spazientito, per occhieggiare le spalle minute del fratello e grugnire.
– Un'altra spinta, dai, pappamolle.
Trotter è veramente incastrato. Smette di scodinzolare all'improvviso e guaisce, dimenandosi a strattoni convulsi e piantando i denti nella mano di Ilias, che ringhia una bestemmia sommessa ma non lascia la presa.
Poi, "pop", i fianchi del cane scivolano tra le sbarre strette ed Ilich incespica in avanti, finendo addosso al fratello ed urtandogli la spalla con il mento.
– Cazzo. Cazzo è passato. ... Via, Trotter, vattene! Corri!
Ilias si sbraccia, ma il setter si volta ed infila il muso tra le sbarre per cercare di rientrare. Ilich si raddrizza e striscia più in là, raccogliendo da terra qualche sassolino da tirare al cane: sono piccoli grumi di terra secca che rimbalzano sul muso di Trotter senza infastidirlo abbastanza da cacciarlo via.
– Stupido cane, vattene. Scappa, cazzo! 
– Devi andartene. Non ti-- non ti vogliamo, qui. Va' via!
 Il cane guarda i due mocciosi che agitano le braccia con aria allegra, senza capire una parola. A un tratto, però, qualcosa lo spinge a drizzare le orecchie e torcere il muso dietro le spalle. Rimane immobile per una manciata di secondi, durante i quali sia Ilias che Ilich trattengono il fiato, e poi si gira del tutto per allontanarsi, trottando veloce, all'inseguimento di chissà cosa.
– Se n'è andato ...
Ilias fissa la sagoma di Trotter che sparisce fra i cespugli ad occhi sgranati, come ipnotizzato.
E' la vocetta acuta di Ilich che esulta a riscuoterlo, spingendolo a tappargli bruscamente la bocca con una mano.
– Shh, cretino. Vuoi farci beccare?
Il moccioso scuote la testa, abbassando lo sguardo sulla mano del fratello maggiore quando gli libera la bocca.
– Il, stai sanguinando!
Stavolta lo bisbiglia concitatamente, rovesciandogli addosso due occhi sgranati, pieni di paura. Ilias butta uno sguardo alla ferita aperta, dai denti del cane, nell'incavo tra pollice e indice della mano destra. Se la porta alle labbra e succhia via il sangue, disinfettandola sommariamente con la saliva.
– Dirò che mi hai morso mentre litigavamo.
Per qualche motivo, l'ipotesi fa scoppiare entrambi a ridere mentre si accasciano sull'erba, stremati dalla tensione, dalla fatica e dal caldo.
Il "bip bip" insistente del cortex li fa schizzare in piedi dopo neanche un paio di minuti.

Cazzo, ci sta cercando.


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15 giugno
 
Sono le sette del mattino, Ilias ed Ilich si scambiano occhiate continue alle due estremità del tavolo, nascondendo sorrisi complici dietro le frittelle impilate sul piatto.
Clarissa si muove freneticamente per la casa, avvolta in una nube di profumo di orchidea, in cerca del cappello di paglia da indossare per il brunch dei Coxville.
Gordian appoggia il tech reader accanto alla tazza di caffé fumante, alzando lo sguardo sui figli con una placida schiarita di voce. 
– Stamattina, Bob Thornton ha trovato un cane che vagava intorno alla tenuta. Cercando un modo per entrare.
Il sorriso sparisce dalle facce dei due Vocruen nello stesso istante, mentre sollevano il mento e voltano la faccia verso Gordian, incontrando l'ostacolo insormontabile della sua espressione vuota.
La pallida imitazione di un sorriso gli piega distrattamente le labbra, ma è un sorriso che non intacca minimamente lo sguardo.
– A quanto pare si tratta del nostro cane.
Ilias incrocia l'occhiata del padre e, sebbene sotto il tavolo nasconda fra le gambe la mano bendata, sa, in quel preciso momento, che Gordian ha capito chi è stato a far uscire Trotter dalla tenuta.
Dall'altra parte del tavolo, Ilich si morde il labbro inferiore fino a sentire in bocca il sapore del sangue per evitare che gli occhi gli si riempiano di lacrime. Allontana da sé il piatto di frittelle.
– Io non ... ho più fame.
Gordian gli sorride, blandendolo con un cenno delle dita scarne e affusolate.
– Non stai bene, Ilich? Torna pure in camera tua a riposare.
I suoi occhi azzurri inchiodano Ilias contro lo schienale della sedia.
– Nel pomeriggio faremo un po' di pratica anatomica.