19 luglio 2012 | Tauron
Rosie asciuga la fronte con un braccio, invischiata da ore nell'afa della serra chiusa in cui sta preparando, con pazienza, un centinaio di talee di orchidea cypripedium.
Sussulta vagamente, colta di sorpresa, quando suo nipote Ronnie schiude la porta a vetri e infila dentro la testa rossa. Ci mette un po' a individuare la giovane donna bionda mimetizzata tra i fusti enormi di fiori e piante tropicali.
L'annuncio di un ospite appena arrivato da Greenfield le strappa un'espressione sorpresa, incuriosita abbastanza da spingerla a mollare lì il lavoro ed i guanti per seguire Ronnie verso la casa colonica di Fields of Athenry.
Quando entra nel salone, pestando le assi di legno con gli stivali impermeabili da giardino, lo stupore lascia spazio ad un fugace tuffo al cuore.
Ilias se ne sta seduto sul bracciolo della poltrona di 'Rye, una camicia a quadrettoni rossi e la barba sfatta che lo fanno sembrare sorprendentemente maturo. Almeno finché non incrocia l'azzurro gonfio e tempestoso dei suoi occhi puntati su di lei.
– Ciao, Ros'. Non mi fermerò a lungo.
Quel modo di mettere le mani avanti le fa storcere leggermente la punta del naso, mentre saluta Ronnie e gli assicura che-
– Va tutto bene, ti va di chiedere a zia Aerye se ci prepara una tazza di té?
Esita per un momento, poi, mentre suo nipote schizza verso la cucina e li lascia soli; liscia con una mano il fianco della camicia bianca, senza sapere se avvicinarsi o meno.
Prende posto sulla vecchia sedia a dondolo di fronte alla poltrona, sul lato opposto del caminetto spento.
– Non devi andartene se non vuoi, Eiros.
Ilias contrae la mascella con un guizzo nervoso, arricciando le labbra in una smorfia insofferente, da animale in trappola.
– Non. Chiamarmi. Così.
Rosie non riesce a trattenere un sorriso, accomodando le spalle minute contro lo schienale della sedia a dondolo che ondeggia, indolente, sotto il suo peso morbido.
– E' un bel nome, significa bagliore ... non capisco perché non ti piaccia. Auryn non si è mai lamentato di--
– Ilich non ti conosce bene quanto me.
Ilias è schizzato in piedi, teso come la corda di un arco prima dello scocco. Rosie Cavanaugh si rende conto solo adesso di quanto sia cresciuto, che la supera parecchio in altezza e ha acquistato, sotto i vestiti, le forme solide di un uomo. Piega le labbra un sorriso arrendevole, quando lo vede puntare la porta con un'occhiata gonfia di ripensamenti.
– Mi dispiace, Eiros. Ilias. Perché non mi dici cosa sei venuto a fare?
E' un invito diretto, ma privo di spigoli. Rivederlo adesso le fa male, da qualche parte, ma è un dolore che si mescola al piacere soffuso dell'affetto incondizionato.
Ilias tentenna. Non sembra granché a suo agio in quella stanza. In quella casa.
Deglutisce.
– Sono stato su Shadetrack, prima di venire.
Rosie schiude labbra ed occhi, colpita e affondata, cercando con le dita affusolate i braccioli di legno della sedia.
– Perché?
Parla così piano che riesce a stento a sentire la propria voce sopra il battito ferito del cuore.
Ilias si stringe nelle spalle, infilando le dita di una mano fra i capelli per stropicciare le ciocche castane, più corte di quanto ricordasse.
– ... la tomba di Cal è vuota, no?
– Come quasi tutte quelle del cimitero sul retro.
Quell'ammissione le costa un sospiro, ad occhi chiusi. Quando li riapre ha ricacciato indietro le lacrime e c'è qualcosa di rabbioso, nei suoi occhi limpidi.
– Perché sei andato su Shadetrack?
Ilias incassa l'accusa nella sua voce con una stretta di spalle che sa di scuse. Ma sostiene il suo sguardo, abbandonando la porta per piantarle addosso gli occhi scuri, gravati da un'ombra di angoscia che Rosie non vedeva da anni, prima di trovarsela davanti alla porta di casa un paio di mesi fa.
– Volevo vedere dov'è morto tuo marito. Cos'è rimasto dopo la guerra.
Stavolta il guizzo delle sue spalle larghe ha il sapore dell'impotenza. Deglutisce, dilatando le narici come un animale furioso.
Poi si affloscia contro il lato del camino, appoggiando una tempia ai mattoni di pietra.
Rosie non parla, lo guarda e ritrova, da qualche parte, la compassione che l'aveva travolta i primi tempi a Cloverfield, quando i due figli di Gordian Vocruen sfuggivano di nascosto al guinzaglio corto del padre per passare i pomeriggi tra le colonne del gazebo d'acqua.
– Sono stato fortunato, vero?
Il mormorio basso di Ilias le strappa un sussulto sorpreso.
– Cosa-?
– A nascere su Corona, lontano dalla guerra. Potevo morire in trincea, potevo perdere una gamba o perderci la testa. Invece mi lagno continuamente perché mamma e papà non mi abbracciavano abbastanza quand'ero piccolo ...
– Christ. Ora piantala.
Rosie si è tirata in piedi bruscamente e zia 'Rye, comparsa sull'uscio della cucina con due tazze fumanti di té tra le mani, arretra in silenzio nel vano ombreggiato della porta.
– Conosco uomini tornati sani dalla guerra che avrebbero perso la testa ad avere Gordian Vocruen come padre. Tu-- Christ, Ilias. Io c'ero, ricordi? Ti lamenti anche poco, per la vita di merda che hai fatto.
Si sente gli occhi umidi e, nel petto, una gran voglia di piangere; ma non sa se per Ilias o per Cal, per Cloverfield o Serenity Valley.
Ilias che stacca la testa dalla parete e le rifila un sorriso sghembo, che balena negli occhi e le inonda le viscere di sollievo e stupore.
– Ros', hai detto merda.
A spezzare il silenzio sospeso, irreale, che segue è una risata non del tutto cristallina, roca ed estremamente femminile.
Ilias aspetta che l'ilarità e il sorriso siano sfumati naturalmente, poi cerca con gli occhi le assi del pavimento.
– Senti ...
'Rye torna a varcare l'arcata del salone con le tazze di té, rivolgendo un cenno alla sorella e un'occhiata curiosa, vagamente diffidente, allo straniero.
Rosie sorride, ringraziandola con uno sguardo.
– E' mia sorella.
Spiega ad Ilias, che si è zittito e ne ricambia la diffidenza senza riserve.
Il ragazzo scrolla la testa, lasciando la tazza sul tavolo tondo di legno mentre torna a cercare Rosie e, stavolta, salta i convenevoli.
– Ilich. So che è venuto da te.
Rosie affonda la punta del naso nel vapore che si leva dalla sua tazza colma, abbassando lo sguardo sulla superficie scura e profumata del té al cardamomo.
– Ti sbagli, non lo vedo da ...
– Rosie.
Deglutisce, sospira. Torna a cercare gli occhi chiari del ragazzo.
– Avresti dovuto semplicemente dirglielo.
Ilias mastica una smorfia insofferente.
– Neanche tu gliel'hai detto. Volevi che lo facessi io perché sapevi che non ne avresti avuto il coraggio.
Rosie non può fare a meno di sorridere, colta in fallo e vagamente contrita.
– Me l'ha detto anche lui.
– Dov'è?
Lo vede guardarsi attorno frenetico, come un cane da caccia che ha fiutato la preda ferita, e ne cerca una spalla con la mano libera; le dita affusolate e bianche affondate nelle pieghe della sua camicia umida di sudore con infinita tenerezza.
– Non è rimasto, mo chroí.
– ... Oh.
Ilias deglutisce, rovesciando il muso verso terra, e Rosie sospira. Raccoglie il labbro inferiore tra i denti e vacilla, divisa tra due pulsioni diametralmente opposte.
– Oh, ma al diavolo. Vieni con me.
Si allunga per posare la tazza sul tavolo ed agguanta il polso del ragazzo, ignorandone il grugnito riluttante per trascinarselo dietro lungo le scale.
'Rye sospira, pigramente appoggiata contro lo stipite della cucina, accarezzando la testa rossa di suo nipote mentre guardano gli ultimi barbagli di vapore staccarsi dalle due tazze rimaste piene di té quasi tiepido.
– Che spreco.
Un sorriso distratto, distante un intero 'Verse da lì. Si stacca dall'uscio con indolenza.
– Prendi i biscotti, Ron; ce lo beviamo noi.