lunedì

6 marzo 2509 | Corona

Attraversando la finestra della camera da letto, Ilias trova ad attenderlo il pugno di suo fratello.
– Sei un pezzo di merda.
Incespica giù dal davanzale e finisce a terra, dove lo raggiunge un calcio nel costato discretamente efficace, considerata la stazza fragile del mittente.
– Te la sei scopata? Stronzo!
Si contorce con un gemito dolente e rotola sul pavimento per rimettersi in piedi, tirandosi su a quattro zampe prima di buttarsi in avanti, contro le gambe di Ilich pronte a sferrare un altro calcio, per placcarne le ginocchia con le braccia e trascinarlo giù.
– Vaffanculo, Ilias! Mollam-- tiammazzo!
Ilich si divincola e gli riempie la schiena di pugni, ma Ilias non lo lascia andare, affondando la faccia contro i suoi jeans nel buio della stanza illuminata, a stento, dai raggi di luna che filtrano attraverso i vetri.
– Sei una merda, uno stronzo testa di cazzo ... vaffanculo. Mi fai schifo-- lasciami!
Poco a poco, la rabbia di Ilich vira su toni più lamentosi, mentre gli scatti convulsi del suo corpo magro, le ginocchiate e i pugni che cerca di rovesciargli addosso perdono vigore, lasciandolo stremato e rosso in faccia come se avesse corso per chilometri.
– Ti odio.
Grugnisce, a mo' di resa finale. Non senza piegare la nuca per addentargli violentemente la spalla nuda.
– Ahia, cazzo! Ma sei scemo?!
Ilias lo lascia finalmente libero di rotolare da una parte, schienandosi sul parquet per rovesciare un'occhiata sul soffitto. Gli fanno male le spalle e il costato, a questo punto, ma ha gli occhi pieni di una luce sorniona e soddisfatta.
– Tu che dici?
Gongola, cercando il profilo del fratello con la coda dell'occhio. Ilich è steso bocconi, le braccia incrociate sotto il mento e l'aria corrucciata.
– Te la sei scopata.
Ilias torce il collo per allungargli un sorriso sghembo, da canaglia, che gli vale un grumo di saliva dritto in faccia. Grugnisce una bestemmia inarticolata e si pulisce il muso col palmo di una mano, che poi asciuga sfregandola sui jeans ad altezza coscia.
Ilich si chiude in un silenzio offeso che dura almeno una decina di minuti prima che si decida a voltarsi, lentamente, per appiattire un fianco a terra e fronteggiare il profilo del fratello maggiore.
– E com'è ... stato?
C'è un lampo vivido negli occhi azzurri di Ilias che lo cercano nella penombra un attimo prima che scatti, con un guizzo dei muscoli, per avventarsi su di lui e cingergli la vita stretta con un braccio, schiacciandolo sotto il peso del proprio corpo caldo e seminudo per premere le labbra sulle sue con irruenza tale da impedirgli di respirare per tutta la durata di quel bacio a stampo.
Ilich annaspa e cerca di liberarsi, premendo la nuca a terra e sfuggendo alla bocca del fratello abbastanza da farfugliare qualche insulto inintelligibile che gli vale una risata sbrodolata contro la guancia. Non passa molto prima che l'ilarità raddoppi, lasciando colare scompostamente sulle assi di legno da migliaia di dollari i corpi aggrovigliati dei due Vocruen.
– Cristolurido, certo che sei proprio un cancro al culo.
– Non mi rompere, piattola.
– Verruca. 
– Liposarcoma.
– ... stronzo.
– Inutile che gnauli, hai perso.
– Vaffanculo.
La conversazione prosegue diplomaticamente, tra un sospiro esausto e l'altro, contaminati da rigurgiti fugaci di risata sommessa.


L'alba li trova sprofondati nel sonno, uno sull'altro, come animali puri ed incoscienti.

martedì

4 ottobre 2496 | Phoenix

– Tesoro, ascoltami. Devi pensarci bene, prima di gettarti in qualcosa di cui potresti ...
– E' un mostro, mamma!
– Ed è mostruosamente ricco, Clarissa! Non puoi divorziare ed aspettarti che non ti tolga almeno i bambini.
– Con la sua reputazione? ... Nessun tribunale, soldi o non soldi, lascerebbe due bambini così piccoli nelle mani di quel macellaio.
Clarissa è seduta sulla vecchia poltrona viola nel salotto di sua madre. Tormenta i capelli biondi con le dita sottili e si copre la faccia per respirare, nervosamente, nella conca scavata dal palmo delle mani.
– Non ti lascerebbe un dollaro, tesoro. Come pensi di mantenerti, dopo? Vuoi tornare ad esibirti in quei locali?
– Potrei ... risposarmi.
Miranda Cosgrove è una donna di cinquantasei anni che dev'essere sata molto bella, sebbene lo scorrere del tempo non sia stato magnanimo con lei. I capelli ingrigiti raccolti in una crocchia alta, il viso segnato da rughe che erano sicuramente meno profonde prima che la figlia si presentasse davanti alla sua porta con un diavolo per capello.
Ora la guarda, scettica e preoccupata, attraverso il vapore che si leva dalle tazze di tè bollente.
– Un'ex ballerina di Phoenix divorziata e con due figli a carico? Cielo, Clarissa, ascoltati!
– Su New London nessuno sa che non sono nata a Manhattan ...
– Ma non puoi aspettarti che nessuno sappia come ti sei guadagnata da vivere fino al matrimonio con Gord--
– NON DIRLO!
Clarissa ha raddrizzato la schiena di scatto, gli occhi spalancati e la bocca rossa, morbida, contratta in una linea tremante di rabbia.
Allenta, poco a poco, la stretta spasmodica delle dita sulle pieghe della gonna, respirando dal naso e chiudendo gli occhi. Ci vuole una manciata di secondi abbondante perché ritrovi la calma, sotto lo sguardo apprensivo di sua madre.
– Bevi un sorso di té, tesoro.
Le tremano le dita mentre accosta la tazza alle labbra e il té alle erbe sintetico della drogheria dietro casa le sembra insipido e scadente.
– Cosa dovrei fare, secondo te?
Studia l'espressione combattuta di sua madre, dall'altro lato del tavolo, e pensa che non può finire così, alla sua età, sola in una casa piena di regali di vecchi ammiratori che si sono dimenticati di lei; quelli che non sono morti.
Miranda sembra leggere i pensieri di sua figlia nel verde dei suoi occhi, perché sospira e si stringe nelle spalle.
– Resta con lui, bambina mia. Non rinunciare al tuo futuro, al futuro dei tuoi figli ... questa burrasca legale passerà e tornerete alla vita di prima. Ora sei arrabbiata, spaventata, ferita, ma ti passerà. Ti abituerai ... fallo per Ilias e Ilich.



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14 giugno 2504 | Corona

I bambini.

La decisione di restare al fianco di Gordian nonostante tutto l'aveva presa soprattutto per il loro bene. Per non costringerli a crescere fra gli stenti di una vita disagiata, con una madre ballerina costretta a passare da un uomo all'altro, uno peggiore dell'altro. Per risparmiare loro le violenze, la paura, la sensazione di non avere prospettive che conosceva così bene.
Ora le sembra così strano pensarci.
Seduta davanti alla toletta, nella penombra studia il trucco leggermente sfatto intorno alle palpebre, il rossetto sbavato lungo le labbra e le ciocche biondo miele che colano disordinatamente sulle spalle, sfuggite all'acconciatura elaborata che le teneva insieme dietro la nuca.
Si guarda allo specchio e non riesce a ricordare quand'è, esattamente, che ha smesso di interessarsi dei suoi figli. Quando ha permesso a Gordian Vocruen di ritirarli dalla scuola per farli studiare a casa? O forse quando si è resa conto che la sua vita, la sua, intrappolata in quella gabbia d'oro con quell'uomo mostruoso che le lasciava fare tutto ciò che voleva, non aveva più prospettive di quella di una vecchia ballerina sola in una casa di Phoenix, circondata di ricordi squallidi e impolverati.
Si rende conto con orrore di essere grata che sua madre sia morta e non possa vederla adesso.
Raccoglie una salvietta umidificata e lentamente, metodicamente, comincia a ripulire le sbavature del trucco.
Per un momento, tamponando l'angolo dell'occhio destro, si sforza di chiedersi come stiano i bambini, a quale lezione atroce li stia sottoponendo, proprio in quel momento, suo marito.
Ma in breve si rende conto che non le importa: la stretta al cuore dura un paio di secondi e poi si estingue lasciandola svuotata, anestetizzata e incapace di cercare una via d'uscita. Come un uccello rassegnato a guardare il mondo attraverso le sbarre di una gabbia, ha smesso di provare pena persino per se stessa.
Se potesse tornare indietro forse farebbe una scelta diversa, o forse no. Si lascerebbe vincere ancora dalla paura, dai consigli di sua madre, dalla sicurezza economica, dal prestigio sociale.
Guarda negli occhi il proprio riflesso e, nella piega dolce delle palpebre truccate, non riesce a trovare nemmeno un'ombra di rimpianto. Tutto quello a cui ha rinunciato è troppo distante perché abbia la forza di immaginare come avrebbe potuto essere la sua vita.
– Non sono nemmeno abbastanza coraggiosa da farla finita.
Il mormorio che le sfugge dalle labbra causa una serie di fruscii e movimenti alle sue spalle, che convergono nel gorgoglìo di una voce assonnata.
– Clarissa ... ?
Non si volta, cercando nell'angolo in alto dello specchio il riflesso dell'uomo bruno che cerca tastoni l'orologio da polso tra le lenzuola sfatte.
– Mia moglie torna tra meno di un'ora.
Clarissa lascia cadere la salvietta e ruota sullo sgabello girevole per elargire a Robert Rothko un sorriso radioso.
– Me ne stavo giusto andando, anch'io devo essere a casa per l'ora di pranzo.
Si alza, incassando l'occhiata avida dell'uomo nel letto mentre richiude rapidamente, uno ad uno, i bottoni di madreperla del vestito che le ha regalato suo marito.
Impiega poco a rimettersi in ordine, finendo di sistemare i capelli mentre Robert si aggira per la stanza in cerca dei calzini, con indosso solamente le mutande.
Recupera la borsa, avvicinandosi per scoccargli un bacio a stampo, malizioso, sulle labbra prima di raggiungere la porta.
– Ah, Robert ... dì a Martha che c'è una sfilata di Zheng Yue su Horyzon, il prossimo mese, e non la perdonerò mai se non mi accompagna.

venerdì

I

Sono al ranch, è notte. Ho il terreno battuto sotto i piedi scalzi e lo sguardo rivolto ad est, dove la luna sorge lentamente. Il vento che mi soffia addosso mi fa rabbrividire, mi stringo nella camicia di flanella e il vento freddo si placa lentamente.
Nel giro di non so quanto tempo, attimi o minuti, l'aria si è fatta afosa e sento, distintamente, una goccia di sudore colarmi lungo il naso.

Dalla stalla, quella che ospita la vacca malata, proviene un coro di versi lamentosi.
Mi volto ed entro nell'edificio di corsa, anche se non ho i guanti.

All'inizio, al buio, non riesco a vedere nulla. Mi faccio largo a tentoni fino allo slot in fondo, rischiarato dalla luce che filtra attraverso un lucernario sul soffitto. Ma la mucca non c'è.
I raggi bianchi della luna illuminano l'ammasso informe di corpi riversi sulla paglia.
Sono-- erano esseri umani.

Ora hanno facce squagliate, la carne livida e marcia dei morti viventi che cade a pezzi, sgommando il pavimento di sangue ad ogni centimetro strisciante guadagnato verso di me.
Mi hanno visto e gemono, si lamentano, e cercano di raggiungermi contorcendosi come vermi.
Poi, lentamente, uno di loro si tira in piedi.
Non ha più gli occhi, buona parte del viso si è decomposta fino a snudare la carne e porzioni del teschio. Ma io la conosco.
E' Roona e sta barcollando verso di me, spalancando la bocca piena di sangue.

A poco a poco si alzano tutti e ne riconosco alcuni.
C'è mia madre, Bob il giardiniere. C'è anche il ranchero dell'altra notte, Dima, mentre gli altri mi sono sconosciuti e, nella gran parte dei casi, non hanno nemmeno più una faccia.
Vorrei girarmi e correre via, ma non ci riesco: le mie gambe sono avviluppate dalla melma vorace in cui si è trasformato il suolo. Riesco a malapena ad indietreggiare, troppo lentamente, finché non trovo con le spalle la recinzione di legno.

Apro la bocca, ma non posso nemmeno gridare. Tutto quel che ne esce è un fiotto di sangue.
Mi viene da piangere ma, quando mi tocco la faccia, scopro che anche le lacrime sono fatte di sangue. Come quello che cola dalle bocche aperte di Roona, di mia madre, di tutti i cadaveri marcescenti che mi vengono incontro e si sciolgono, strada facendo.
Cadono a pezzi, sfrigolando nell'ondata di sangue che sta prendendo forma, ondeggiando come una marea.

E' il cavallone più alto che io abbia mai visto e si staglia contro il cielo, chilometri sopra di me, prima di abbattersi sulla mia testa.


Apro gli occhi e mi tiro su di scatto, il cuore a mille e i polmoni che annaspano in cerca d'aria.
Mi ci vuole un po' per riconoscere l'infermeria del ranch. Mi sono addormentato sulla brandina d'emergenza mentre studiavo le lastre, l'altra notte.
Sento in bocca il sapore del sangue e scopro che, nel sonno, mi sono morso fino a rompermi la guancia.



Istintivamente, non so perché, mi affanno con lo sguardo per la stanza alla ricerca della bottiglietta di liquido viola che ho preso a Roona Mei sul thor.
E' ancora sul tavolo. Ancora piena.

domenica

14 giugno 2504 | Corona

Il giardino di Cloverfield è inondato dal sole, la facciata bianca della futuristica villa coloniale brilla di raggi riflessi. Gordian è seduto su una sedia in veranda, l'hologiornale aperto alla pagina economica e la pipa, spenta, stretta fra i denti.
Clarissa spalanca la porta-finestra e si fionda fuori, piroettando davanti al marito in un tripudio di gonne e ricami oro su rosso.
– Come sto?
Civetta, allungando una mano per sistemare le ciocche bionde raccolte in un'acconciatura elaborata.
E' una bella donna che ha superato da poco i trenta, deliziosamente affusolata nell'abito cinese da cocktail, ma Gordian solleva a malapena lo sguardo dal foglio elettronico e le dedica un'occhiata vuota.
– Sei bellissima, mia cara.
La voce di Gordian Vocruen richiama l'azzurro dei suoi occhi, gelido e trasparente come una sorgente di montagna, ma Clarissa non ne sembra particolarmente turbata. Piega le labbra imbellettate in un sorriso tumido e pizzica gli orli della gonna per esibirsi in una delicata riverenza.
– La ringrazio, mr Vocruen.
Abbozza un sorriso malizioso, poi si raddrizza di scatto e volta la testa verso il cancello della tenuta, facendo ballare l'acconciatura: le bacchette di legno infilate tra i capelli sono quasi anacronistiche sullo sfondo del portico di cemento bianco e vetrate scure, schermate ai raggi UVA, che non si faranno limpide e trasparenti fino al tramonto.
– Sono in ritardo per il ricevimento di Martha Rothko.
Gordian le concede un sorriso mite, che ammorbidisce la durezza dello sguardo senza riuscire ad intaccarlo del tutto.
– Gli ospiti importanti si fanno sempre attendere, cara.
Clarissa gli rivolge un sorriso radioso, ma sporco di un vago retrogusto sardonico: sa che è una bugia detta solo per blandirla. Gordian Vocruen destesta la mancanza di puntualità.
– Ci vediamo a cena, caro.
– A più tardi.
Gli schiocca un bacio a mezz'aria e sgambetta verso il cancello principale dove Horatio, in livrea impeccabile sotto il sole cocente, l'aspetta con la portiera aperta.
Gordian non la segue con lo sguardo, scrociando le gambe per accavallarle pigramente nel senso opposto prima di tornare alla lettura.


Clarissa Vocruen, 14 giugno 2504,
Cloverfield (Corona)



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Dietro la casa, oltre le stalle ed il bosco privato, ammucchiati a ridosso di uno dei cancelli secondari della tenuta ci sono due ragazzini ossuti intenti a godersi l'ora d'aria giornaliera.
– Trotter, sta' buono per Dio!
– Shhh, ma sei scemo? Abbassa la voce ... se no ci sente qualcuno.
Trotter è un setter irlandese di otto mesi che scondinzola e si dimena, cercando di mordere giocosamente le mani che lo trattengono.
– Merda, tienilo fermo ...
Ilias è a torso nudo, le scapole sporgenti cotte dal sole e la pelle madida di sudore, impegnato a tenere fermo il muso del cane infilato tra le sbarre del cancello mentre Ilich, da dietro, spinge per cercare di farcelo passare attraverso.
– Si è inca-- strato, cazzo.
Ilias torce il collo, spazientito, per occhieggiare le spalle minute del fratello e grugnire.
– Un'altra spinta, dai, pappamolle.
Trotter è veramente incastrato. Smette di scodinzolare all'improvviso e guaisce, dimenandosi a strattoni convulsi e piantando i denti nella mano di Ilias, che ringhia una bestemmia sommessa ma non lascia la presa.
Poi, "pop", i fianchi del cane scivolano tra le sbarre strette ed Ilich incespica in avanti, finendo addosso al fratello ed urtandogli la spalla con il mento.
– Cazzo. Cazzo è passato. ... Via, Trotter, vattene! Corri!
Ilias si sbraccia, ma il setter si volta ed infila il muso tra le sbarre per cercare di rientrare. Ilich si raddrizza e striscia più in là, raccogliendo da terra qualche sassolino da tirare al cane: sono piccoli grumi di terra secca che rimbalzano sul muso di Trotter senza infastidirlo abbastanza da cacciarlo via.
– Stupido cane, vattene. Scappa, cazzo! 
– Devi andartene. Non ti-- non ti vogliamo, qui. Va' via!
 Il cane guarda i due mocciosi che agitano le braccia con aria allegra, senza capire una parola. A un tratto, però, qualcosa lo spinge a drizzare le orecchie e torcere il muso dietro le spalle. Rimane immobile per una manciata di secondi, durante i quali sia Ilias che Ilich trattengono il fiato, e poi si gira del tutto per allontanarsi, trottando veloce, all'inseguimento di chissà cosa.
– Se n'è andato ...
Ilias fissa la sagoma di Trotter che sparisce fra i cespugli ad occhi sgranati, come ipnotizzato.
E' la vocetta acuta di Ilich che esulta a riscuoterlo, spingendolo a tappargli bruscamente la bocca con una mano.
– Shh, cretino. Vuoi farci beccare?
Il moccioso scuote la testa, abbassando lo sguardo sulla mano del fratello maggiore quando gli libera la bocca.
– Il, stai sanguinando!
Stavolta lo bisbiglia concitatamente, rovesciandogli addosso due occhi sgranati, pieni di paura. Ilias butta uno sguardo alla ferita aperta, dai denti del cane, nell'incavo tra pollice e indice della mano destra. Se la porta alle labbra e succhia via il sangue, disinfettandola sommariamente con la saliva.
– Dirò che mi hai morso mentre litigavamo.
Per qualche motivo, l'ipotesi fa scoppiare entrambi a ridere mentre si accasciano sull'erba, stremati dalla tensione, dalla fatica e dal caldo.
Il "bip bip" insistente del cortex li fa schizzare in piedi dopo neanche un paio di minuti.

Cazzo, ci sta cercando.


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15 giugno
 
Sono le sette del mattino, Ilias ed Ilich si scambiano occhiate continue alle due estremità del tavolo, nascondendo sorrisi complici dietro le frittelle impilate sul piatto.
Clarissa si muove freneticamente per la casa, avvolta in una nube di profumo di orchidea, in cerca del cappello di paglia da indossare per il brunch dei Coxville.
Gordian appoggia il tech reader accanto alla tazza di caffé fumante, alzando lo sguardo sui figli con una placida schiarita di voce. 
– Stamattina, Bob Thornton ha trovato un cane che vagava intorno alla tenuta. Cercando un modo per entrare.
Il sorriso sparisce dalle facce dei due Vocruen nello stesso istante, mentre sollevano il mento e voltano la faccia verso Gordian, incontrando l'ostacolo insormontabile della sua espressione vuota.
La pallida imitazione di un sorriso gli piega distrattamente le labbra, ma è un sorriso che non intacca minimamente lo sguardo.
– A quanto pare si tratta del nostro cane.
Ilias incrocia l'occhiata del padre e, sebbene sotto il tavolo nasconda fra le gambe la mano bendata, sa, in quel preciso momento, che Gordian ha capito chi è stato a far uscire Trotter dalla tenuta.
Dall'altra parte del tavolo, Ilich si morde il labbro inferiore fino a sentire in bocca il sapore del sangue per evitare che gli occhi gli si riempiano di lacrime. Allontana da sé il piatto di frittelle.
– Io non ... ho più fame.
Gordian gli sorride, blandendolo con un cenno delle dita scarne e affusolate.
– Non stai bene, Ilich? Torna pure in camera tua a riposare.
I suoi occhi azzurri inchiodano Ilias contro lo schienale della sedia.
– Nel pomeriggio faremo un po' di pratica anatomica.