4 ottobre 2496 | Phoenix
– Tesoro, ascoltami. Devi pensarci bene, prima di gettarti in qualcosa di cui potresti ...
– E' un mostro, mamma!
– Ed è mostruosamente ricco, Clarissa! Non puoi divorziare ed aspettarti che non ti tolga almeno i bambini.
– Con la sua reputazione? ... Nessun tribunale, soldi o non soldi, lascerebbe due bambini così piccoli nelle mani di quel macellaio.
Clarissa è seduta sulla vecchia poltrona viola nel salotto di sua madre. Tormenta i capelli biondi con le dita sottili e si copre la faccia per respirare, nervosamente, nella conca scavata dal palmo delle mani.
– Non ti lascerebbe un dollaro, tesoro. Come pensi di mantenerti, dopo? Vuoi tornare ad esibirti in quei locali?
– Potrei ... risposarmi.
Miranda Cosgrove è una donna di cinquantasei anni che dev'essere sata molto bella, sebbene lo scorrere del tempo non sia stato magnanimo con lei. I capelli ingrigiti raccolti in una crocchia alta, il viso segnato da rughe che erano sicuramente meno profonde prima che la figlia si presentasse davanti alla sua porta con un diavolo per capello.
Ora la guarda, scettica e preoccupata, attraverso il vapore che si leva dalle tazze di tè bollente.
– Un'ex ballerina di Phoenix divorziata e con due figli a carico? Cielo, Clarissa, ascoltati!
– Su New London nessuno sa che non sono nata a Manhattan ...
– Ma non puoi aspettarti che nessuno sappia come ti sei guadagnata da vivere fino al matrimonio con Gord--
– NON DIRLO!
Clarissa ha raddrizzato la schiena di scatto, gli occhi spalancati e la bocca rossa, morbida, contratta in una linea tremante di rabbia.
Allenta, poco a poco, la stretta spasmodica delle dita sulle pieghe della gonna, respirando dal naso e chiudendo gli occhi. Ci vuole una manciata di secondi abbondante perché ritrovi la calma, sotto lo sguardo apprensivo di sua madre.
– Bevi un sorso di té, tesoro.
Le tremano le dita mentre accosta la tazza alle labbra e il té alle erbe sintetico della drogheria dietro casa le sembra insipido e scadente.
– Cosa dovrei fare, secondo te?
Studia l'espressione combattuta di sua madre, dall'altro lato del tavolo, e pensa che non può finire così, alla sua età, sola in una casa piena di regali di vecchi ammiratori che si sono dimenticati di lei; quelli che non sono morti.
Miranda sembra leggere i pensieri di sua figlia nel verde dei suoi occhi, perché sospira e si stringe nelle spalle.
– Resta con lui, bambina mia. Non rinunciare al tuo futuro, al futuro dei tuoi figli ... questa burrasca legale passerà e tornerete alla vita di prima. Ora sei arrabbiata, spaventata, ferita, ma ti passerà. Ti abituerai ... fallo per Ilias e Ilich.
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14 giugno 2504 | Corona
I bambini.
La decisione di restare al fianco di Gordian nonostante tutto l'aveva presa soprattutto per il loro bene. Per non costringerli a crescere fra gli stenti di una vita disagiata, con una madre ballerina costretta a passare da un uomo all'altro, uno peggiore dell'altro. Per risparmiare loro le violenze, la paura, la sensazione di non avere prospettive che conosceva così bene.
Ora le sembra così strano pensarci.
Seduta davanti alla toletta, nella penombra studia il trucco leggermente sfatto intorno alle palpebre, il rossetto sbavato lungo le labbra e le ciocche biondo miele che colano disordinatamente sulle spalle, sfuggite all'acconciatura elaborata che le teneva insieme dietro la nuca.
Si guarda allo specchio e non riesce a ricordare quand'è, esattamente, che ha smesso di interessarsi dei suoi figli. Quando ha permesso a Gordian Vocruen di ritirarli dalla scuola per farli studiare a casa? O forse quando si è resa conto che la sua vita, la sua, intrappolata in quella gabbia d'oro con quell'uomo mostruoso che le lasciava fare tutto ciò che voleva, non aveva più prospettive di quella di una vecchia ballerina sola in una casa di Phoenix, circondata di ricordi squallidi e impolverati.
Si rende conto con orrore di essere grata che sua madre sia morta e non possa vederla adesso.
Raccoglie una salvietta umidificata e lentamente, metodicamente, comincia a ripulire le sbavature del trucco.
Per un momento, tamponando l'angolo dell'occhio destro, si sforza di chiedersi come stiano i bambini, a quale lezione atroce li stia sottoponendo, proprio in quel momento, suo marito.
Ma in breve si rende conto che non le importa: la stretta al cuore dura un paio di secondi e poi si estingue lasciandola svuotata, anestetizzata e incapace di cercare una via d'uscita. Come un uccello rassegnato a guardare il mondo attraverso le sbarre di una gabbia, ha smesso di provare pena persino per se stessa.
Se potesse tornare indietro forse farebbe una scelta diversa, o forse no. Si lascerebbe vincere ancora dalla paura, dai consigli di sua madre, dalla sicurezza economica, dal prestigio sociale.
Guarda negli occhi il proprio riflesso e, nella piega dolce delle palpebre truccate, non riesce a trovare nemmeno un'ombra di rimpianto. Tutto quello a cui ha rinunciato è troppo distante perché abbia la forza di immaginare come avrebbe potuto essere la sua vita.
– Non sono nemmeno abbastanza coraggiosa da farla finita.
Il mormorio che le sfugge dalle labbra causa una serie di fruscii e movimenti alle sue spalle, che convergono nel gorgoglìo di una voce assonnata.
– Clarissa ... ?
Non si volta, cercando nell'angolo in alto dello specchio il riflesso dell'uomo bruno che cerca tastoni l'orologio da polso tra le lenzuola sfatte.
– Mia moglie torna tra meno di un'ora.
Clarissa lascia cadere la salvietta e ruota sullo sgabello girevole per elargire a Robert Rothko un sorriso radioso.
– Me ne stavo giusto andando, anch'io devo essere a casa per l'ora di pranzo.
Si alza, incassando l'occhiata avida dell'uomo nel letto mentre richiude rapidamente, uno ad uno, i bottoni di madreperla del vestito che le ha regalato suo marito.
Impiega poco a rimettersi in ordine, finendo di sistemare i capelli mentre Robert si aggira per la stanza in cerca dei calzini, con indosso solamente le mutande.
Recupera la borsa, avvicinandosi per scoccargli un bacio a stampo, malizioso, sulle labbra prima di raggiungere la porta.
– Ah, Robert ... dì a Martha che c'è una sfilata di Zheng Yue su Horyzon, il prossimo mese, e non la perdonerò mai se non mi accompagna.