Dopo aver chiuso le tende, tornato a sprofondare nella poltrona, Gordian Vocruen si accende un sigaro e, per una buona decina di minuti, rimane in silenzio ad osservare le volute di fumo che spirano verso il soffitto dello studio. Solo quando l'aria si è ormai fatta quasi irrespirabile, il medico pesca una penna d'argento e scarabocchia, sul margine del giornale abbandonato sulla scrivania, un numero. 1,500,000. Fissa intensamente le cifre imbevute d'inchiostro, sviscerandole in cerca del segreto che custodiscono e che sa essere lì, da qualche parte. 15. Cancella gli zeri con un tratto nero, assaporando il retrogusto amaro del tabacco alla vaniglia. Sotto il numero ottenuto ne traccia due. 1. 5. Ci vuole un altro quarto d'ora buono perché un sorriso invisibile, raccolto negli occhi più che sulle labbra, spazzi via l'espressione assorta che gli flagellava la faccia. I. V. Ora che l'ha messo nero su bianco, il collegamento gli appare evidente. Cancella meticolosamente, con una fitta nube di riccioli nero inchiostro, ogni traccia dei suoi ragionamenti. Lascia cadere il giornale tra i denti del tritarifiuti ed affoga il sigaro nel posacenere, poi, tirandosi in piedi per tornare a spalancare le tende e le ante della finestra. Inspira, avido, l'aria calda e frizzante che penetra nella stanza a dissipare il fumo.
22 luglio 2514 | Corona
Il sole che inonda le finestre dell'edificio centrale di Cloverfield colpisce gli occhi azzurri di Gordian Vocruen, rendendoli quasi trasparenti, quando abbassa il giornale con un gesto secco. Lo sguardo scava un solco di disagio tra le sopracciglia curate di Zhuan Feng, improvvisamente lieto che ci siano anni luce di distanza e l'impianto video dell'holochiamata a separarli. – Come sarebbe a dire "un ammanco"? Anche se arrochita dal peso dell'età, la voce di Gordian Vocruen è ancora capace di colare lungo la schiena del suo interlocutore come una leccata gelida, quand'è alterato. Ovviamente non c'è nulla di alterato nel modo in cui se ne sta accomodato nella poltrona del proprio ufficio con la copia cartacea del Corona Herald abbandonata sulle gambe accavallate. Coroniani. Talmente ricchi da potersi permettere di sprecare carta biologica per stampare il loro inutile quotidiano sportivo locale. Zhuan sospira, sollevando una mano per appiattire, con la punta delle dita, le rughe d'espressione accavallate all'attaccatura del naso. Deve respirare e mantenere la calma. – Sembra che al suo conto privato siano stati sottratti un milione e cinquecentomila dollari. Delle labbra sottili di Gordian Vocruen non resta che una linea retta, sbavata dal solco delle rughe che gli percorrono la pelle slavata. – Quando. Zhuan deglutisce, esasperato dalla maniera in cui quegli occhi lo guardano fisso, come se volessero scavargli la carne e sottrarre le risposte che cerca direttamente al suo cervello. Scosta dalla fronte una ciocca nera, liscissima, sfuggita alla lunga treccia ordinata che gli scivola lungo la schiena. – L'ammanco risale alla metà di maggio, ma i tecnici della Corellian Bank si sono accorti solo ieri, durante un controllo di routine, del malware che impediva alle macchine di rilevarlo. Il Macellaio di Corona rilassa la postura, irrigidita contro lo schienale, per tendere appena la schiena verso l'impianto video che proietta l'immagine tridimensionale del consulente finanziario sul pavimento della stanza, come se l'orientale fosse in piedi dall'altra parte della scrivania. Solo il profilo dei suoi abiti corer dal gusto impeccabile, cuciti addosso alla sagoma affusolata di Zhuan Feng, sfarfallano debolmente a causa della distanza coperta dal segnale. – Come. Scandisce lentamente, fissando Zhuan come se potesse farlo esplodere dall'interno. Non fosse abituato al rigore assoluto, il sudore freddo che gli rende umida la schiena sotto la camicia coreana gli avrebbe già reso madida e lucente la pelle olivastra del viso affilato. – Sembra ... E' costretto ad umettare le labbra prima di proseguire. – ... che l'hacker fosse a conoscenza di alcuni codici d'accesso riservati. Sembrerebbe un lavoro dall'inter-- – Impossibile. Non c'è inflessione nella voce asciutta di Gordian Vocruen, che ha dismesso qualsiasi espressione e raddrizzato la schiena per assumere, con la disinvoltura propria di chi non ha mai chinato la testa in vita sua, un'espressione altera che mette a dura prova i nervi di Zhuan Feng. – Ma, mr Vocruen ... – Sono molto impegnato, mr Fheng. Mi terrà aggiornato. Poi, gli chiude la comunicazione in faccia.
giovedì
19 luglio 2012 | Tauron
Rosie asciuga la fronte con un braccio, invischiata da ore nell'afa della serra chiusa in cui sta preparando, con pazienza, un centinaio di talee di orchidea cypripedium. Sussulta vagamente, colta di sorpresa, quando suo nipote Ronnie schiude la porta a vetri e infila dentro la testa rossa. Ci mette un po' a individuare la giovane donna bionda mimetizzata tra i fusti enormi di fiori e piante tropicali. L'annuncio di un ospite appena arrivato da Greenfield le strappa un'espressione sorpresa, incuriosita abbastanza da spingerla a mollare lì il lavoro ed i guanti per seguire Ronnie verso la casa colonica di Fields of Athenry. Quando entra nel salone, pestando le assi di legno con gli stivali impermeabili da giardino, lo stupore lascia spazio ad un fugace tuffo al cuore. Ilias se ne sta seduto sul bracciolo della poltrona di 'Rye, una camicia a quadrettoni rossi e la barba sfatta che lo fanno sembrare sorprendentemente maturo. Almeno finché non incrocia l'azzurro gonfio e tempestoso dei suoi occhi puntati su di lei. – Ciao, Ros'. Non mi fermerò a lungo. Quel modo di mettere le mani avanti le fa storcere leggermente la punta del naso, mentre saluta Ronnie e gli assicura che- – Va tutto bene, ti va di chiedere a zia Aerye se ci prepara una tazza di té? Esita per un momento, poi, mentre suo nipote schizza verso la cucina e li lascia soli; liscia con una mano il fianco della camicia bianca, senza sapere se avvicinarsi o meno. Prende posto sulla vecchia sedia a dondolo di fronte alla poltrona, sul lato opposto del caminetto spento. – Non devi andartene se non vuoi, Eiros. Ilias contrae la mascella con un guizzo nervoso, arricciando le labbra in una smorfia insofferente, da animale in trappola. – Non. Chiamarmi. Così. Rosie non riesce a trattenere un sorriso, accomodando le spalle minute contro lo schienale della sedia a dondolo che ondeggia, indolente, sotto il suo peso morbido. – E' un bel nome, significa bagliore ... non capisco perché non ti piaccia. Auryn non si è mai lamentato di-- – Ilich non ti conosce bene quanto me. Ilias è schizzato in piedi, teso come la corda di un arco prima dello scocco. Rosie Cavanaugh si rende conto solo adesso di quanto sia cresciuto, che la supera parecchio in altezza e ha acquistato, sotto i vestiti, le forme solide di un uomo. Piega le labbra un sorriso arrendevole, quando lo vede puntare la porta con un'occhiata gonfia di ripensamenti. – Mi dispiace, Eiros. Ilias. Perché non mi dici cosa sei venuto a fare? E' un invito diretto, ma privo di spigoli. Rivederlo adesso le fa male, da qualche parte, ma è un dolore che si mescola al piacere soffuso dell'affetto incondizionato. Ilias tentenna. Non sembra granché a suo agio in quella stanza. In quella casa. Deglutisce. – Sono stato su Shadetrack, prima di venire. Rosie schiude labbra ed occhi, colpita e affondata, cercando con le dita affusolate i braccioli di legno della sedia. – Perché? Parla così piano che riesce a stento a sentire la propria voce sopra il battito ferito del cuore. Ilias si stringe nelle spalle, infilando le dita di una mano fra i capelli per stropicciare le ciocche castane, più corte di quanto ricordasse. – ... la tomba di Cal è vuota, no? – Come quasi tutte quelle del cimitero sul retro. Quell'ammissione le costa un sospiro, ad occhi chiusi. Quando li riapre ha ricacciato indietro le lacrime e c'è qualcosa di rabbioso, nei suoi occhi limpidi. – Perché sei andato su Shadetrack? Ilias incassa l'accusa nella sua voce con una stretta di spalle che sa di scuse. Ma sostiene il suo sguardo, abbandonando la porta per piantarle addosso gli occhi scuri, gravati da un'ombra di angoscia che Rosie non vedeva da anni, prima di trovarsela davanti alla porta di casa un paio di mesi fa. – Volevo vedere dov'è morto tuo marito. Cos'è rimasto dopo la guerra. Stavolta il guizzo delle sue spalle larghe ha il sapore dell'impotenza. Deglutisce, dilatando le narici come un animale furioso. Poi si affloscia contro il lato del camino, appoggiando una tempia ai mattoni di pietra. Rosie non parla, lo guarda e ritrova, da qualche parte, la compassione che l'aveva travolta i primi tempi a Cloverfield, quando i due figli di Gordian Vocruen sfuggivano di nascosto al guinzaglio corto del padre per passare i pomeriggi tra le colonne del gazebo d'acqua. – Sono stato fortunato, vero? Il mormorio basso di Ilias le strappa un sussulto sorpreso. – Cosa-? – A nascere su Corona, lontano dalla guerra. Potevo morire in trincea, potevo perdere una gamba o perderci la testa. Invece mi lagno continuamente perché mamma e papà non mi abbracciavano abbastanza quand'ero piccolo ... – Christ. Ora piantala. Rosie si è tirata in piedi bruscamente e zia 'Rye, comparsa sull'uscio della cucina con due tazze fumanti di té tra le mani, arretra in silenzio nel vano ombreggiato della porta. – Conosco uomini tornati sani dalla guerra che avrebbero perso la testa ad avere Gordian Vocruen come padre. Tu-- Christ, Ilias. Io c'ero, ricordi? Ti lamenti anche poco, per la vita di merda che hai fatto. Si sente gli occhi umidi e, nel petto, una gran voglia di piangere; ma non sa se per Ilias o per Cal, per Cloverfield o Serenity Valley. Ilias che stacca la testa dalla parete e le rifila un sorriso sghembo, che balena negli occhi e le inonda le viscere di sollievo e stupore. – Ros', hai detto merda. A spezzare il silenzio sospeso, irreale, che segue è una risata non del tutto cristallina, roca ed estremamente femminile. Ilias aspetta che l'ilarità e il sorriso siano sfumati naturalmente, poi cerca con gli occhi le assi del pavimento. – Senti ... 'Rye torna a varcare l'arcata del salone con le tazze di té, rivolgendo un cenno alla sorella e un'occhiata curiosa, vagamente diffidente, allo straniero. Rosie sorride, ringraziandola con uno sguardo. – E' mia sorella. Spiega ad Ilias, che si è zittito e ne ricambia la diffidenza senza riserve. Il ragazzo scrolla la testa, lasciando la tazza sul tavolo tondo di legno mentre torna a cercare Rosie e, stavolta, salta i convenevoli. – Ilich. So che è venuto da te. Rosie affonda la punta del naso nel vapore che si leva dalla sua tazza colma, abbassando lo sguardo sulla superficie scura e profumata del té al cardamomo. – Ti sbagli, non lo vedo da ... – Rosie. Deglutisce, sospira. Torna a cercare gli occhi chiari del ragazzo. – Avresti dovuto semplicemente dirglielo. Ilias mastica una smorfia insofferente. – Neanche tu gliel'hai detto. Volevi che lo facessi io perché sapevi che non ne avresti avuto il coraggio. Rosie non può fare a meno di sorridere, colta in fallo e vagamente contrita. – Me l'ha detto anche lui. – Dov'è? Lo vede guardarsi attorno frenetico, come un cane da caccia che ha fiutato la preda ferita, e ne cerca una spalla con la mano libera; le dita affusolate e bianche affondate nelle pieghe della sua camicia umida di sudore con infinita tenerezza. – Non è rimasto, mo chroí. – ... Oh. Ilias deglutisce, rovesciando il muso verso terra, e Rosie sospira. Raccoglie il labbro inferiore tra i denti e vacilla, divisa tra due pulsioni diametralmente opposte. – Oh, ma al diavolo. Vieni con me. Si allunga per posare la tazza sul tavolo ed agguanta il polso del ragazzo, ignorandone il grugnito riluttante per trascinarselo dietro lungo le scale. 'Rye sospira, pigramente appoggiata contro lo stipite della cucina, accarezzando la testa rossa di suo nipote mentre guardano gli ultimi barbagli di vapore staccarsi dalle due tazze rimaste piene di té quasi tiepido. – Che spreco. Un sorriso distratto, distante un intero 'Verse da lì. Si stacca dall'uscio con indolenza. – Prendi i biscotti, Ron; ce lo beviamo noi.
mercoledì
11 luglio 2514 | Greenfield
Ilias fiancheggia cautamente lo steccato degli Hayter, gettando occhiate qua e là per assicurarsi di non dare troppo nell'occhio. Raggiunge il cancelletto e sfila di tasca una mano per provare a scastrare il chiavistello. Con sua somma sorpresa, lo trova aperto: una spintarella ed allunga i primi passi all'interno, leccandosi le labbra e spaziando con lo sguardo sull'appezzamento che gli si apre sotto gli occhi, colpito dai raggi obliqui e aranciati del sole pomeridiano. Scarta recinti e stalle, adocchiando la veranda della casa colonica con un sorriso largo che gli si congela sulle labbra quando qualcosa di duro e freddo gli pungola la spina dorsale. Qualcosa che assomiglia molto alla canna di una pistola. – Tieni le mani in vista, figliolo. Ordina una voce ruvida. Ilias deglutisce il cuore che gli è schizzato in gola e sfila di tasca la mano destra per metterle entrambe dove l'uomo alle sue spalle possa vederle. – Non ti hanno mai detto che si bussa prima di entrare in casa d'altri, ladruncolo? – Non sono un ladro. – Ah, no? La canna della pistola gli affonda fastidiosamente contro la schiena, spingendogli un brivido su per la colonna vertebrale. – Cosa sei venuto a sgraffignare? Ilias non resiste alla tentazione di torcere il collo per occhieggiare, in tralice, il viso rugoso del gigante che lo tiene sotto tiro. Un altro affondo contro i reni lo convince a tornare a guardare in avanti, con la fronte corrucciata in una smorfia insofferente. – Ho detto che non sono un cazzo di ladro. Sono venuto a cercare Quinn. Solo per un attimo, ha l'impressione che la canna della pistola finirà per sfondargli la schiena. – Cosa vuoi da Quinn. Improvvisamente, da che sembrava quasi divertito, il vecchio ha assunto un'inflessione aspra che puzza di diffidenza. Ilias deglutisce, dibattendosi tra il fastidio e la paura per una manciata di secondi interminabile. Riesce a cavarsi fuori qualcosa di meno aggressivo e più confuso di un ringhio animalesco. – Crostata. – Uhn? – Tipo, la crostata di visciole della nonna di Quinn è fenomenale; l'ha mai assaggiata? Quinn mi ha detto che potevo venire a prenderne un po' quando volevo, anche se lei non c'è. Si zittisce con un guizzo della mascella, trattenendo il fiato mentre il silenzio alle sue spalle si fa pesante. Poi il vecchio emette qualcosa di estremamente simile ad una risata strozzata e la canna della pistola si stacca dalla sua schiena. Si volta bruscamente, inquadrando Paul Thomson e l'avvitatore elettrico che tiene stretto nella mano enorme come se fosse un revolver. – Potevi dirlo subito che sei un amico di Quinn. Gli rifila un sorriso sghembo, squadrandolo con occhi brillanti e quasi troppo acuti. Ilias apre la bocca, poi la richiude, incassando l'improvviso bisogno di spaccare la faccia rugosa del nonno di Quinn con una smorfia da cane frustrato che-- – Cos'è quella faccia? Sembri il cane di mia nipote. Abbassa l'avvitatore, il cui filo di gomma si snoda lungo il perimetro interno dello steccato degli Hayter fino all'asse sghemba che, evidentemente, il vecchio stava sistemando al momento dell'intrusione. – Uno scorpione mutante ti ha mangiato la lingua, ragazzo? Come ti chiami? Ilias gonfia il petto di un sospiro insofferente, sfiatandolo dal naso prima di mugugnare il proprio nome. – Come? – Ilias. Paul Thomson gli volta le spalle per andare a riporre l'avvitatore nella cassetta degli attrezzi, poi torna verso di lui accennando, con il mento, alla porta di una casa più piccola dell'edificio principale, affiancata a quella che sembrerebbe un'officina meccanica. – Il cacciavite fra i capelli di Quinn. E' un mormorio che gli scappa tra le labbra prima che Ilias possa rendersene conto e fermarlo. Il vecchio lo sbircia di sottecchi con un sorriso sornione. – Vieni dentro, ragazzo. Credo che Ella abbia lasciato della crostata a riposare sul tavolo della cucina. In cucina la crostata c'è sul serio, nascosta sotto un panno a quadrettoni rossi che il vecchio scosta dopo essersi sfilato i guanti da lavoro. Gli fa cenno di sedersi e servirsi a piacimento, ma Ilias pianta le natiche sulla sedia e si limita a seguirlo con lo sguardo nervosamente, senza nascondere il disagio che gli si è incollato alla pelle e gli tende i tratti morbidi del viso in un'espressione selvatica e quasi belligerante. – Mia nipote ha solo amici strani. Commenta Paul Thomson, tra il divertito e lo sconsolato, versandosi un bicchiere d'acqua del rubinetto e passando la mano libera sulla fronte madida di sudore. Su Greenfield si muore di caldo, d'estate. – Vive qui? Ilias si decide a porre la domanda con aria mezzo imbronciata, come se non avesse preso granché bene lo smacco della finta pistola. Alterna lo sguardo tra la crostata e il gigante, spazzando di tanto in tanto il resto della stanza con occhiate fugaci e irrequiete. Paul Thomson annuisce, dissetandosi senza fretta. – Quando è su Greenfield ... per lo più viene solo a dormire. E per lo più dorme in officina. Accenna al locale adiacente la casa con un'aria divertita e assente al tempo stesso che a Ilias ricorda Quinn in maniera inquietante. – Perché si chiama Quinniperseilys? Domanda a bruciapelo. Per un attimo, gli sembra di essere riuscito a sbalordirlo. Poi il vecchio corruga la fronte, rendendola ancora più rugosa, e scrolla la testa. – Mangia quella crostata e chiuditi la bocca, ragazzo. Ilias si chiede perché abbia voluto sapere il suo nome, se tanto continua a chiamarlo "ragazzo", ma si rende conto che è cambiato il modo in cui Paul Thomson lo squadra placidamente dal lavello della cucina. Come se avesse appena varcato la soglia di una ristretta cerchia di individui la cui importanza, tuttavia, continua a sfuggirgli. Opta per allungare una mano verso il coltello poggiato accanto alla teglia e prendersi una fetta di crostata. – Ne, uhm, vuole un po'? Alza a malapena lo sguardo sul vecchio, che scrolla pigramente la testa. – E' quasi ora di cena. L'orologio a parete della cucina dei Thomson lo informa che sono solo le sette e quarantacinque del pomeriggio, ma Ilias si trattiene dal fare obiezioni e tappa la bocca con un pezzo di crostata. E' meravigliosa, come c'era da aspettarsi. Per una manciata buona di minuti si limita ad ingozzarsi con una voracità ammirevole, sebbene mastichi a bocca chiusa in maniera insospettabilmente civile, mentre Paul Thomson lo osserva a tratti, distratto e divertito, caricando di tabacco non sintetico una pipa tirata fuori da chissà dove. A un tratto, quasi senza rendersene conto, Ilias si perde ad osservarne i gesti calmi e metodici, smettendo lentamente di mangiare. – Non hai più fame, ragazzo? Sfarfalla le palpebre, seguendo il percorso della pipa fino alle labbra rugose dell'altro. – Ha combattuto durante la guerra? – No, ragazzo, ero già troppo vecchio. E tu? Ilias scuote lentamente la testa, tornando ad abbassare lo sguardo sulla tovaglia. Risolleva gli occhi azzurri, scuri e irrequieti su di lui quasi immediatamente. – Avrei proprio detto di sì, però. Paul Thomson si stringe nelle spalle. – Ci sono tanti tipi di guerre. Quasi tutti ne combattono almeno un paio nel corso della vita. Ilias annuisce, pensieroso. Poi fa per alzarsi. – Credo che dovrei andare. Il vecchio si stacca dal lavello, dopo averci vuotato dentro il contenuto della pipa, e tira via una sedia dal tavolo per mettersi a sedere accanto a lui. – E' quasi ora di cena, Ella sarà qui a momenti. Le farà piacere conoscerti. Ilias esita parecchio, in piedi con la seduta schiacciata contro il retro delle ginocchia. Poi fa spallucce e crolla di nuovo a sedere. – Grazie.
II
Sono sdraiato al buio. Ingoio respiri umidi ed allungo una mano alla cieca per tastare, sopra di me, le venature di legno del coperchio di una bara graffiato da ditate di sangue. Come se qualcuno, prima di me, avesse lottato per uscire. Si muore di caldo, o forse è solo l'ansia che mi fa battere il cuore contro le costole. Cerco di trovare uno spiraglio nel quale infilare le dita per aprire la bara, ma il coperchio di legno è diventato una lastra di ferro a tenuta stagna e c'è qualcosa di freddo e molle che mi sfiora il fianco: la stessa sensazione che si prova ad avere qualcuno sdraiato accanto. C'è un lamento soffocato che mi ghiaccia le budella e quando mi giro lui è lì. Boyd Flynt è steso accanto a me nella bara sigillata, con la gola squarciata che gorgoglia fiotti di sangue ogni volta che la sua bocca si spalanca per gridare, emettendo solo rantoli strozzati. Allunga le mani verso il mio collo e sento le sue dita fredde ed appiccicaticce artigliarmi la gola. Cerco i suoi polsi, mi agito, ma non riesco a liberarmi. Boyd spalanca la bocca come un buco nero per vomitare uno sciame brulicante di formiche nere che si infilano ovunque. Mi entrano nel naso. Vorrei piangere e gridare, ma ho la gola stretta in una morsa soffocante. "... ISO ... CCISO ... MI HAI UCCISO ..." l'accusa stridula che sgorga dalle labbra decomposte di Boyd è il migliore dei cliché, ma quando cerco di ribattere che era l'unica cosa da fare mi si riempie la bocca di formiche e io mi contorco nel tentativo disperato di respirare e--
Mi sveglio di soprassalto sul pavimento della sickbay, sulla Almost Home. Il cortex dice che ho dormito quaranta minuti. Devo andare a prendere Sterling alla base medica.
lunedì
29 giugno 2514 | Greenfield
Poi, improvvisamente, ho capito dove andare a cercare.
4 novembre 2507 | Corona
Comunque sei bravo.
– Comunque sei bravo. – Uh? Ilias scosta lo strumento dalle labbra e solleva il mento, cercando Rosie con un'occhiata in tralice piuttosto interrogativa. Lei gli sorride ed accenna col mento all'armonica stretta fra le dita del ragazzo. – Sei diventato bravo. Ilias insegue lo sguardo fino al mattoncino di metallo forato, rigirandoselo tra le dita con una smorfia vagamente animalesca e non proprio soddisfatta. – Grazie. Si raddrizza sulla panca di legno e torce il collo in cerca di Ilich, addormentato a terra con la schiena poggiata contro la colonna del gazebo piantato al centro dell'opulento orto botanico di Cloverfield. Il lago privato non è lontano, spira verso di loro un vento fresco che porta con sé, quasi impercettibile, un vago odore di cloro. Rosie allunga una mano per accarezzare distrattamente la testa del Vocruen minore, spingendolo nel sonno a raggomitolarsi meglio contro il pilastro in vetrocemento, che rende tutta la struttura simile ad un irreale blocco d'acqua. Rosie sorride, ritraendo le dita per iniettarle nella massa voluminosa e siderale dei suoi capelli biondissimi. Rosie Cavanaugh si occupa del giardino, vale a dire centinaia di acri di piantagioni medicinali e non, che fanno di Greenfield la tenuta con l'orto botanico più vasto di tutta Corona. Rosie non è una giardiniera, naturalmente. C'è un vastissimo staff alle sue dipendenze, mentre le sue competenze sono a metà tra quelle di un biologo ed un architetto. E poi è bella, in un modo particolare e asimmetrico.
Ilias ed Ilich non fanno che accampare scuse per passare del tempo con lei e, la notte, fantasticano sotto le coperte di seni nudi e capelli biondissimi sparpagliati sul cuscino.
Rosie Cavanaugh ha ventiquattro anni ed è vedova di un uomo buono.
Leggera, scivola a sedere accanto a Ilias e gli posa un bacio morbido sulle labbra. – Dovresti riportare in casa tuo fratello.