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martedì

16 agosto 2514 | Whitmon

Ilich Vocruen alza la testa, quando sente cigolare la porta dello studio, smettendo bruscamente di contare le pillole sparpagliate sulla scrivania che gli fa anche da seduta.
E' rapido a distogliere lo sguardo, più o meno immediatamente, ma all'intruso non sfugge il lampo di stupore che gli è balenato negli occhi prima che li riabbassasse.
– Ciao, Il.
Ilias Vocruen si appoggia svogliatamente al battente appena richiuso, soppesando il fratello da cima a fondo con un mezzo sorriso tirato sulla bocca. E' schermigliato e più barbuto di quanto Ilich ricordasse.
– Come mi hai trovato. - è l'unico saluto asciutto, scontroso, che gli concede. Continua a contare le pillole, ma ormai non ha più la minima idea di quante siano.
– Rosie.
Ilias si stringe nelle spalle. Ilich si decide a scoccargli un'altra mezza occhiata.
– Che stronza.
Altra stretta di spalle.
– Dovevi aspettartelo, lo sai com'è fatta Rose.
Ilich annuisce, in silenzio.
Ci resta per un po', poi agguanta il barattolo e ci fa cadere nervosamente una quantità rimasta indefinita di Nootropam.
– Cosa vuoi.
Ilias si stacca dalla porta ed allunga qualche falcata lenta verso di lui. Si muove con una sicurezza che, agli occhi di suo fratello, tradisce tutte le incertezze di questo mondo e gli rifila una smorfia mesta.
– Non lo so. Vedere se eri vivo. Abbracciarti. Cazzate del genere.
Ilich smorfieggia.
– Non ti azzardare ad abbracciarmi.
Le mani di Ilias sollevate a mezz'aria in cenno di resa gli scuciono un sorriso intimo che si rifiuta di far arrivare alle labbra. Come se l'altro potesse non vederlo ugualmente.
Indossa un camice aperto, leggermente troppo largo, che lo fa sembrare più esile di quanto non sia in realtà. Vale a dire un po' meno di quando ha lasciato Corona, praticamente un anno fa.
– Ascolta ... - fa per esordire Ilias, incassando l'occhiata violenta del fratello con un'istintiva stretta di spalle.
– Vaffanculo, Il. Avresti dovuto dirmelo.
Deglutisce, annuendo.
– Avrei dovuto.
Non c'è altro da dire e infatti tacciono entrambi, per un bel po'. Ilias si mastica l'interno di una guancia, studiando in tralice il tavolo operatorio al centro della stanza, Ilich si rigira tra le dita il flacone di pillole.
Poi lo molla sulla scrivania e si tira in piedi.
– Non importa, ci ho pensato. - si stringe nelle spalle, cercando gli occhi azzurri del fratello con i propri, assolutamente identici. - Glielo dico, non glielo dico. Dev'essere stato come uno di quegli enigmi col paradosso. A volte la vita è così e non c'è una soluzione che sistemi tutto nel modo giusto.
Ilias si lecca le labbra, dopo aver risollevato lo sguardo nel suo. Per una manciata scarsa di secondi lo fissa come se non sapesse cosa dire. Poi allunga una mano nel tentativo di spalmargliela in faccia.
– Vaffanculo, Il, sei diventato un filosofo.
Ilich arretra, scrolla la testa e bofonchia qualche minaccia di morte. Poi sgrana gli occhi di colpo, colpito da una consapevolezza improvvisa, e fissa Ilias come se lo vedesse davvero per la prima volta.
Non passa molto prima che scoppino a ridere entrambi.

--
– Stronzate a parte, come mi hai trovato? Rosie non lo sa dove sono.
Seduti sopra un muretto sbreccato, guardano il sole tramontare sul mare mentre divorano avidamente tortillas di pesce.
– Sua sorella Imelda è un'hacker cazzuta, ha seguito le tue tracce dai messaggi cortex che le avevi mandato.
Ilich corruga la fronte studiando attentamente l'orizzonte.
– Hackers del cazzo. - stacca un morso. - Poi?
Ilias si lecca le labbra sporche di salsa, ugualmente concentrato sul ventaglio di colori che riempie lentamente il cielo.
– Trovare la clinica non è stato difficile. A quanto pare tutta Bone Dawg ti conosce. Sembra che curi i pazienti gratis. - lo dice sgranando gli occhi, con aria da cospiratore, come una comare di paese alle prese con la diffusione di un pettegolezzo fresco di giornata.
Scoppiano a ridere entrambi, sputacchiando tortillas qua e là.
Ilias è il primo a smettere.
– ... quella brunetta della "facoltà di ingegneria meccanica e informatica". - fa un po' il verso ad Angie, spiando il fratello in tralice.
Ilich gli scocca un'occhiata violenta.
– 'fanculo, fai poco lo spiritoso.
Ilias solleva a malapena un angolo solo della bocca.
– Nnch, lo sapevo.
Tornano a concentrarsi sulle tortillas, il tempo necessario a non lasciarne traccia.
Ilich agguanta la birra aperta poggiata a metà strada fra i loro corpi e si bagna le labbra, prima di passarla al fratello con un
– Io e Angie abbiamo rubato dei soldi a nostro padre. - sputato fuori a bruciapelo, che quasi causa la morte di Ilias per soffocamento.
Tossisce e si sfrega le labbra col dorso di una mano, torcendo il muso per fissare Ilich come se avesse le ali.
– Cosa? - si corregge bruscamente. - Quanto.
– Un milione e cinquecentomila.
Ilias emette un fischio basso e prolungato.
– Come.
Ilich si stringe nelle spalle.
– Roba da hackers del cazzo.
Il maggiore dei Vocruen si attacca alla bottiglia di birra e, stavolta, la vuota con un sorso.
– Cazzo.
Ilich gli rifila un ghigno sbilenco.
– Andiamo, ti procuro un letto e un rasoio con cui potare quel cespuglio.
16 agosto 2514 | Whitmon



– Marty-- no!
Angie Wilcox si allunga in avanti un attimo troppo tardi, quando il contatto tra i due cavetti rossi genera la scintilla ed il bambino biondo che li tiene in mano sussulta, con un gemito acuto, prima di mettersi a piangere.
Angie si affretta a strappargli di mano i fili scoperti e buttarli sul tavolo, allungando una mano sulla testa soffice di Marty per elargire ai suoi capelli ricci una carezza consolatoria.

– Ohh, dai. Ti avevo detto che il cavo rosso va sempre con quello verde ...
Deglutisce. Impiega qualche secondo a rendersi conto di non avergli dato molto conforto. Si guarda un attimo intorno, constatando che tutti i ragazzi più grandi sono impegnati con le console e i pezzi di ricambio, poi si decide ad attirare il piagnucolante Marty contro il proprio petto inesistente.
– Su, su, non fare così. E' stata una piccola scossa, non è niente ... ti sei solo preso un brutto spavento ...
Ci vuole un po', ma riesce ad arginare le lacrime del ragazzino che affonda il naso gocciolante tra le pieghe della sua canotta. Due minuti dopo sta correndo ad infastidire Jona, il fratello maggiore, alle prese col motorino di un condizionatore rotto.
E' mentre sfrega la stoffa bianca con le dita nel tentativo di asciugare i residui di moccio e lacrime che sente la porta aprirsi e, sollevando lo sguardo, incrocia la versione più sbozzata e pelosa di un viso che le è fin troppo familiare.
C'è un uomo, forse ancora un ragazzo, che non si rade da una settimana e scarica occhiate irrequiete a destra e a manca prima di appuntare su di lei due occhi azzurri e gonfi come una mareggiata che le regalano una strana sensazione di déjà vu. Come se qualcuno avesse strappato via i bulbi oculari di Ilich per piantarli nel viso di--
Angie reprime un conato e si morde le labbra mentre lo sconosciuto familiare le viene incontro. Dev'essersi accorto del modo in cui lo sta fissando e ricambia con diffidenza.
Solo a questo punto, smaltito il primo impatto, gli ingranaggi del cervello di Angie cominciano a girare per il verso giusto e le consentono di accogliere con un sorriso sfacciato

– Ilias.
Che sembra sinceramente spiazzato quando sente il proprio nome. Schiude le labbra, negli occhi un lampo di panico disorientato che Angie ha già visto molte volte.
– Tu chi sei.
La sua voce è più bassa di quella di Ilich, ma ha lo stesso timbro raschiato. Angie si gode per un po' la tensione che sente sfrigolare nell'aria, mentre Ilias Vocruen la fissa in cagnesco, prima di allungargli la mano destra inanellata.
– Angie Wilcox.

Si presenta con un guizzo fiero delle spalle, senza aspettare che l'altro decida di ricambiare la stretta (per esperienza, sa che i Vocruen non amano le strette di mano), per estendere con un gesto la presentazione a
– ... la facoltà di ingegneria meccanica e informatica di Bone Dawg, Whitmon.
Ilias si guarda intorno, sorvolando la manciata di ragazzi tra gli otto e i sedici anni che popolano il magazzino riadattato.
Il sole inonda la stanza attraverso la vetrata ampia, qualcuno ride, qualcuno sbuffa. Il silenzio è rotto da un inesauribile brusio di sottofondo.
Angie lo vede aggrottare la fronte, smorfieggiando come un animale. Poi torna a guardare lei.
– Dov'è mio fratello.
Angie lo studia per un momento, affondando gli occhi neri e lucenti da squalo nell'azzurro dei suoi.
– Non so se vorrà vederti ...
Si sente in dovere di avvisarlo, con una stretta di spalle.
Ilias deglutisce lentamente.

– ... lo so.
– Promenade St., chiedi della clinica.
Aspetta che sia uscito, cercando di non occhieggiargli troppo platealmente la schiena, e sfila rapidamente di tasca il cortex.
Avvia la selezione rapida, ma poi tronca la chiamata un attimo prima che parta.
Resta lì a fissare il display, mordicchiandosi le labbra. Poi sospira, scrolla la testa e fa scivolare il cortex nuovamente in tasca.
Ci sono cose che non si possono rimandare per sempre.

giovedì

19 luglio 2012 | Tauron

Rosie asciuga la fronte con un braccio, invischiata da ore nell'afa della serra chiusa in cui sta preparando, con pazienza, un centinaio di talee di orchidea cypripedium.
Sussulta vagamente, colta di sorpresa, quando suo nipote Ronnie schiude la porta a vetri e infila dentro la testa rossa. Ci mette un po' a individuare la giovane donna bionda mimetizzata tra i fusti enormi di fiori e piante tropicali.
L'annuncio di un ospite appena arrivato da Greenfield le strappa un'espressione sorpresa, incuriosita abbastanza da spingerla a mollare lì il lavoro ed i guanti per seguire Ronnie verso la casa colonica di Fields of Athenry.
Quando entra nel salone, pestando le assi di legno con gli stivali impermeabili da giardino, lo stupore lascia spazio ad un fugace tuffo al cuore.
Ilias se ne sta seduto sul bracciolo della poltrona di 'Rye, una camicia a quadrettoni rossi e la barba sfatta che lo fanno sembrare sorprendentemente maturo. Almeno finché non incrocia l'azzurro gonfio e tempestoso dei suoi occhi puntati su di lei.
– Ciao, Ros'. Non mi fermerò a lungo.
Quel modo di mettere le mani avanti le fa storcere leggermente la punta del naso, mentre saluta Ronnie e gli assicura che-
– Va tutto bene, ti va di chiedere a zia Aerye se ci prepara una tazza di té?
Esita per un momento, poi, mentre suo nipote schizza verso la cucina e li lascia soli; liscia con una mano il fianco della camicia bianca, senza sapere se avvicinarsi o meno.
Prende posto sulla vecchia sedia a dondolo di fronte alla poltrona, sul lato opposto del caminetto spento.
– Non devi andartene se non vuoi, Eiros.
Ilias contrae la mascella con un guizzo nervoso, arricciando le labbra in una smorfia insofferente, da animale in trappola.
– Non. Chiamarmi. Così.
Rosie non riesce a trattenere un sorriso, accomodando le spalle minute contro lo schienale della sedia a dondolo che ondeggia, indolente, sotto il suo peso morbido.
– E' un bel nome, significa bagliore ... non capisco perché non ti piaccia. Auryn non si è mai lamentato di--
– Ilich non ti conosce bene quanto me.
Ilias è schizzato in piedi, teso come la corda di un arco prima dello scocco. Rosie Cavanaugh si rende conto solo adesso di quanto sia cresciuto, che la supera parecchio in altezza e ha acquistato, sotto i vestiti, le forme solide di un uomo. Piega le labbra un sorriso arrendevole, quando lo vede puntare la porta con un'occhiata gonfia di ripensamenti.
– Mi dispiace, Eiros. Ilias. Perché non mi dici cosa sei venuto a fare?
E' un invito diretto, ma privo di spigoli. Rivederlo adesso le fa male, da qualche parte, ma è un dolore che si mescola al piacere soffuso dell'affetto incondizionato.
Ilias tentenna. Non sembra granché a suo agio in quella stanza. In quella casa.
Deglutisce.
– Sono stato su Shadetrack, prima di venire.
Rosie schiude labbra ed occhi, colpita e affondata, cercando con le dita affusolate i braccioli di legno della sedia.
– Perché?
Parla così piano che riesce a stento a sentire la propria voce sopra il battito ferito del cuore.
Ilias si stringe nelle spalle, infilando le dita di una mano fra i capelli per stropicciare le ciocche castane, più corte di quanto ricordasse.
– ... la tomba di Cal è vuota, no?
– Come quasi tutte quelle del cimitero sul retro.
Quell'ammissione le costa un sospiro, ad occhi chiusi. Quando li riapre ha ricacciato indietro le lacrime e c'è qualcosa di rabbioso, nei suoi occhi limpidi.
– Perché sei andato su Shadetrack?
Ilias incassa l'accusa nella sua voce con una stretta di spalle che sa di scuse. Ma sostiene il suo sguardo, abbandonando la porta per piantarle addosso gli occhi scuri, gravati da un'ombra di angoscia che Rosie non vedeva da anni, prima di trovarsela davanti alla porta di casa un paio di mesi fa.
– Volevo vedere dov'è morto tuo marito. Cos'è rimasto dopo la guerra.
Stavolta il guizzo delle sue spalle larghe ha il sapore dell'impotenza. Deglutisce, dilatando le narici come un animale furioso.
Poi si affloscia contro il lato del camino, appoggiando una tempia ai mattoni di pietra.
Rosie non parla, lo guarda e ritrova, da qualche parte, la compassione che l'aveva travolta i primi tempi a Cloverfield, quando i due figli di Gordian Vocruen sfuggivano di nascosto al guinzaglio corto del padre per passare i pomeriggi tra le colonne del gazebo d'acqua.
– Sono stato fortunato, vero?
Il mormorio basso di Ilias le strappa un sussulto sorpreso.
– Cosa-?
– A nascere su Corona, lontano dalla guerra. Potevo morire in trincea, potevo perdere una gamba o perderci la testa. Invece mi lagno continuamente perché mamma e papà non mi abbracciavano abbastanza quand'ero piccolo ...
Christ. Ora piantala.
Rosie si è tirata in piedi bruscamente e zia 'Rye, comparsa sull'uscio della cucina con due tazze fumanti di té tra le mani, arretra in silenzio nel vano ombreggiato della porta.
– Conosco uomini tornati sani dalla guerra che avrebbero perso la testa ad avere Gordian Vocruen come padre. Tu-- Christ, Ilias. Io c'ero, ricordi? Ti lamenti anche poco, per la vita di merda che hai fatto.
Si sente gli occhi umidi e, nel petto, una gran voglia di piangere; ma non sa se per Ilias o per Cal, per Cloverfield o Serenity Valley.
Ilias che stacca la testa dalla parete e le rifila un sorriso sghembo, che balena negli occhi e le inonda le viscere di sollievo e stupore.
– Ros', hai detto merda.
A spezzare il silenzio sospeso, irreale, che segue è una risata non del tutto cristallina, roca ed estremamente femminile.
Ilias aspetta che l'ilarità e il sorriso siano sfumati naturalmente, poi cerca con gli occhi le assi del pavimento.
– Senti ...
'Rye torna a varcare l'arcata del salone con le tazze di té, rivolgendo un cenno alla sorella e un'occhiata curiosa, vagamente diffidente, allo straniero.
Rosie sorride, ringraziandola con uno sguardo.
– E' mia sorella.
Spiega ad Ilias, che si è zittito e ne ricambia la diffidenza senza riserve.
Il ragazzo scrolla la testa, lasciando la tazza sul tavolo tondo di legno mentre torna a cercare Rosie e, stavolta, salta i convenevoli.
– Ilich. So che è venuto da te.
Rosie affonda la punta del naso nel vapore che si leva dalla sua tazza colma, abbassando lo sguardo sulla superficie scura e profumata del té al cardamomo.
– Ti sbagli, non lo vedo da ...
– Rosie.
Deglutisce, sospira. Torna a cercare gli occhi chiari del ragazzo.
– Avresti dovuto semplicemente dirglielo.
Ilias mastica una smorfia insofferente.
– Neanche tu gliel'hai detto. Volevi che lo facessi io perché sapevi che non ne avresti avuto il coraggio.
Rosie non può fare a meno di sorridere, colta in fallo e vagamente contrita.
– Me l'ha detto anche lui.
– Dov'è?
Lo vede guardarsi attorno frenetico, come un cane da caccia che ha fiutato la preda ferita, e ne cerca una spalla con la mano libera; le dita affusolate e bianche affondate nelle pieghe della sua camicia umida di sudore con infinita tenerezza.
– Non è rimasto, mo chroí.
– ... Oh.
Ilias deglutisce, rovesciando il muso verso terra, e Rosie sospira. Raccoglie il labbro inferiore tra i denti e vacilla, divisa tra due pulsioni diametralmente opposte.
– Oh, ma al diavolo. Vieni con me.
Si allunga per posare la tazza sul tavolo ed agguanta il polso del ragazzo, ignorandone il grugnito riluttante per trascinarselo dietro lungo le scale.
'Rye sospira, pigramente appoggiata contro lo stipite della cucina, accarezzando la testa rossa di suo nipote mentre guardano gli ultimi barbagli di vapore staccarsi dalle due tazze rimaste piene di té quasi tiepido.
– Che spreco.
Un sorriso distratto, distante un intero 'Verse da lì. Si stacca dall'uscio con indolenza.
– Prendi i biscotti, Ron; ce lo beviamo noi.

mercoledì

11 luglio 2514 | Greenfield

Ilias fiancheggia cautamente lo steccato degli Hayter, gettando occhiate qua e là per assicurarsi di non dare troppo nell'occhio. Raggiunge il cancelletto e sfila di tasca una mano per provare a scastrare il chiavistello. Con sua somma sorpresa, lo trova aperto: una spintarella ed allunga i primi passi all'interno, leccandosi le labbra e spaziando con lo sguardo sull'appezzamento che gli si apre sotto gli occhi, colpito dai raggi obliqui e aranciati del sole pomeridiano.
Scarta recinti e stalle, adocchiando la veranda della casa colonica con un sorriso largo che gli si congela sulle labbra quando qualcosa di duro e freddo gli pungola la spina dorsale.
Qualcosa che assomiglia molto alla canna di una pistola.
– Tieni le mani in vista, figliolo.
Ordina una voce ruvida. Ilias deglutisce il cuore che gli è schizzato in gola e sfila di tasca la mano destra per metterle entrambe dove l'uomo alle sue spalle possa vederle.
– Non ti hanno mai detto che si bussa prima di entrare in casa d'altri, ladruncolo?
– Non sono un ladro.
– Ah, no?
La canna della pistola gli affonda fastidiosamente contro la schiena, spingendogli un brivido su per la colonna vertebrale.
– Cosa sei venuto a sgraffignare?
Ilias non resiste alla tentazione di torcere il collo per occhieggiare, in tralice, il viso rugoso del gigante che lo tiene sotto tiro. Un altro affondo contro i reni lo convince a tornare a guardare in avanti, con la fronte corrucciata in una smorfia insofferente.
– Ho detto che non sono un cazzo di ladro. Sono venuto a cercare Quinn.
Solo per un attimo, ha l'impressione che la canna della pistola finirà per sfondargli la schiena.
– Cosa vuoi da Quinn.
Improvvisamente, da che sembrava quasi divertito, il vecchio ha assunto un'inflessione aspra che puzza di diffidenza.
Ilias deglutisce, dibattendosi tra il fastidio e la paura per una manciata di secondi interminabile. Riesce a cavarsi fuori qualcosa di meno aggressivo e più confuso di un ringhio animalesco.
– Crostata.
– Uhn?
– Tipo, la crostata di visciole della nonna di Quinn è fenomenale; l'ha mai assaggiata? Quinn mi ha detto che potevo venire a prenderne un po' quando volevo, anche se lei non c'è.
Si zittisce con un guizzo della mascella, trattenendo il fiato mentre il silenzio alle sue spalle si fa pesante. Poi il vecchio emette qualcosa di estremamente simile ad una risata strozzata e la canna della pistola si stacca dalla sua schiena.
Si volta bruscamente, inquadrando Paul Thomson e l'avvitatore elettrico che tiene stretto nella mano enorme come se fosse un revolver.
– Potevi dirlo subito che sei un amico di Quinn.
Gli rifila un sorriso sghembo, squadrandolo con occhi brillanti e quasi troppo acuti.
Ilias apre la bocca, poi la richiude, incassando l'improvviso bisogno di spaccare la faccia rugosa del nonno di Quinn con una smorfia da cane frustrato che--
– Cos'è quella faccia? Sembri il cane di mia nipote.
Abbassa l'avvitatore, il cui filo di gomma si snoda lungo il perimetro interno dello steccato degli Hayter fino all'asse sghemba che, evidentemente, il vecchio stava sistemando al momento dell'intrusione.
– Uno scorpione mutante ti ha mangiato la lingua, ragazzo? Come ti chiami?
Ilias gonfia il petto di un sospiro insofferente, sfiatandolo dal naso prima di mugugnare il proprio nome.
– Come?
– Ilias.
Paul Thomson gli volta le spalle per andare a riporre l'avvitatore nella cassetta degli attrezzi, poi torna verso di lui accennando, con il mento, alla porta di una casa più piccola dell'edificio principale, affiancata a quella che sembrerebbe un'officina meccanica.
– Il cacciavite fra i capelli di Quinn.
E' un mormorio che gli scappa tra le labbra prima che Ilias possa rendersene conto e fermarlo. Il vecchio lo sbircia di sottecchi con un sorriso sornione.
– Vieni dentro, ragazzo. Credo che Ella abbia lasciato della crostata a riposare sul tavolo della cucina.
In cucina la crostata c'è sul serio, nascosta sotto un panno a quadrettoni rossi che il vecchio scosta dopo essersi sfilato i guanti da lavoro.
Gli fa cenno di sedersi e servirsi a piacimento, ma Ilias pianta le natiche sulla sedia e si limita a seguirlo con lo sguardo nervosamente, senza nascondere il disagio che gli si è incollato alla pelle e gli tende i tratti morbidi del viso in un'espressione selvatica e quasi belligerante.
– Mia nipote ha solo amici strani.
Commenta Paul Thomson, tra il divertito e lo sconsolato, versandosi un bicchiere d'acqua del rubinetto e passando la mano libera sulla fronte madida di sudore. Su Greenfield si muore di caldo, d'estate.
– Vive qui?
Ilias si decide a porre la domanda con aria mezzo imbronciata, come se non avesse preso granché bene lo smacco della finta pistola. Alterna lo sguardo tra la crostata e il gigante, spazzando
di tanto in tanto il resto della stanza con occhiate fugaci e irrequiete.
Paul Thomson annuisce, dissetandosi senza fretta.
– Quando è su Greenfield ... per lo più viene solo a dormire. E per lo più dorme in officina.
Accenna al locale adiacente la casa con un'aria divertita e assente al tempo stesso che a Ilias ricorda Quinn in maniera inquietante.
– Perché si chiama Quinniperseilys?
Domanda a bruciapelo.
Per un attimo, gli sembra di essere riuscito a sbalordirlo. Poi il vecchio corruga la fronte, rendendola ancora più rugosa, e scrolla la testa.
– Mangia quella crostata e chiuditi la bocca, ragazzo.
Ilias si chiede perché abbia voluto sapere il suo nome, se tanto continua a chiamarlo "ragazzo", ma si rende conto che è cambiato il modo in cui Paul Thomson lo squadra placidamente dal lavello della cucina. Come se avesse appena varcato la soglia di una ristretta cerchia di individui la cui importanza, tuttavia, continua a sfuggirgli.
Opta per allungare una mano verso il coltello poggiato accanto alla teglia e prendersi una fetta di crostata.
– Ne, uhm, vuole un po'?
Alza a malapena lo sguardo sul vecchio, che scrolla pigramente la testa.
– E' quasi ora di cena.
L'orologio a parete della cucina dei Thomson lo informa che sono solo le sette e quarantacinque del pomeriggio, ma Ilias si trattiene dal fare obiezioni e tappa la bocca con un pezzo di crostata.
E' meravigliosa, come c'era da aspettarsi.
Per una manciata buona di minuti si limita ad ingozzarsi con una voracità ammirevole, sebbene mastichi a bocca chiusa in maniera insospettabilmente civile, mentre Paul Thomson lo osserva a tratti, distratto e divertito, caricando di tabacco non sintetico una pipa tirata fuori da chissà dove.
A un tratto, quasi senza rendersene conto, Ilias si perde ad osservarne i gesti calmi e metodici, smettendo lentamente di mangiare.
– Non hai più fame, ragazzo?
Sfarfalla le palpebre, seguendo il percorso della pipa fino alle labbra rugose dell'altro.
– Ha combattuto durante la guerra?
– No, ragazzo, ero già troppo vecchio. E tu?
Ilias scuote lentamente la testa, tornando ad abbassare lo sguardo sulla tovaglia. Risolleva gli occhi azzurri, scuri e irrequieti su di lui quasi immediatamente.
– Avrei proprio detto di sì, però.
Paul Thomson si stringe nelle spalle.
– Ci sono tanti tipi di guerre. Quasi tutti ne combattono almeno un paio nel corso della vita.
Ilias annuisce, pensieroso. Poi fa per alzarsi.
– Credo che dovrei andare.
Il vecchio si stacca dal lavello, dopo averci vuotato dentro il contenuto della pipa, e tira via una sedia dal tavolo per mettersi a sedere accanto a lui.
– E' quasi ora di cena, Ella sarà qui a momenti. Le farà piacere conoscerti.
Ilias esita parecchio, in piedi con la seduta schiacciata contro il retro delle ginocchia. Poi fa spallucce e crolla di nuovo a sedere.
– Grazie.