11 luglio 2514 | Greenfield
Ilias fiancheggia cautamente lo steccato degli Hayter, gettando occhiate qua e là per assicurarsi di non dare troppo nell'occhio. Raggiunge il cancelletto e sfila di tasca una mano per provare a scastrare il chiavistello. Con sua somma sorpresa, lo trova aperto: una spintarella ed allunga i primi passi all'interno, leccandosi le labbra e spaziando con lo sguardo sull'appezzamento che gli si apre sotto gli occhi, colpito dai raggi obliqui e aranciati del sole pomeridiano.
Scarta recinti e stalle, adocchiando la veranda della casa colonica con un sorriso largo che gli si congela sulle labbra quando qualcosa di duro e freddo gli pungola la spina dorsale.
Qualcosa che assomiglia molto alla canna di una pistola.
– Tieni le mani in vista, figliolo.
Ordina una voce ruvida. Ilias deglutisce il cuore che gli è schizzato in gola e sfila di tasca la mano destra per metterle entrambe dove l'uomo alle sue spalle possa vederle.
– Non ti hanno mai detto che si bussa prima di entrare in casa d'altri, ladruncolo?
– Non sono un ladro.
– Ah, no?
La canna della pistola gli affonda fastidiosamente contro la schiena, spingendogli un brivido su per la colonna vertebrale.
– Cosa sei venuto a sgraffignare?
Ilias non resiste alla tentazione di torcere il collo per occhieggiare, in tralice, il viso rugoso del gigante che lo tiene sotto tiro. Un altro affondo contro i reni lo convince a tornare a guardare in avanti, con la fronte corrucciata in una smorfia insofferente.
– Ho detto che non sono un cazzo di ladro. Sono venuto a cercare Quinn.
Solo per un attimo, ha l'impressione che la canna della pistola finirà per sfondargli la schiena.
– Cosa vuoi da Quinn.
Improvvisamente, da che sembrava quasi divertito, il vecchio ha assunto un'inflessione aspra che puzza di diffidenza.
Ilias deglutisce, dibattendosi tra il fastidio e la paura per una manciata di secondi interminabile. Riesce a cavarsi fuori qualcosa di meno aggressivo e più confuso di un ringhio animalesco.
– Crostata.
– Uhn?
– Tipo, la crostata di visciole della nonna di Quinn è fenomenale; l'ha mai assaggiata? Quinn mi ha detto che potevo venire a prenderne un po' quando volevo, anche se lei non c'è.
Si zittisce con un guizzo della mascella, trattenendo il fiato mentre il silenzio alle sue spalle si fa pesante. Poi il vecchio emette qualcosa di estremamente simile ad una risata strozzata e la canna della pistola si stacca dalla sua schiena.
Si volta bruscamente, inquadrando Paul Thomson e l'avvitatore elettrico che tiene stretto nella mano enorme come se fosse un revolver.
– Potevi dirlo subito che sei un amico di Quinn.
Gli rifila un sorriso sghembo, squadrandolo con occhi brillanti e quasi troppo acuti.
Ilias apre la bocca, poi la richiude, incassando l'improvviso bisogno di spaccare la faccia rugosa del nonno di Quinn con una smorfia da cane frustrato che--
– Cos'è quella faccia? Sembri il cane di mia nipote.
Abbassa l'avvitatore, il cui filo di gomma si snoda lungo il perimetro interno dello steccato degli Hayter fino all'asse sghemba che, evidentemente, il vecchio stava sistemando al momento dell'intrusione.
– Uno scorpione mutante ti ha mangiato la lingua, ragazzo? Come ti chiami?
Ilias gonfia il petto di un sospiro insofferente, sfiatandolo dal naso prima di mugugnare il proprio nome.
– Come?
– Ilias.
Paul Thomson gli volta le spalle per andare a riporre l'avvitatore nella cassetta degli attrezzi, poi torna verso di lui accennando, con il mento, alla porta di una casa più piccola dell'edificio principale, affiancata a quella che sembrerebbe un'officina meccanica.
– Il cacciavite fra i capelli di Quinn.
E' un mormorio che gli scappa tra le labbra prima che Ilias possa rendersene conto e fermarlo. Il vecchio lo sbircia di sottecchi con un sorriso sornione.
– Vieni dentro, ragazzo. Credo che Ella abbia lasciato della crostata a riposare sul tavolo della cucina.
In cucina la crostata c'è sul serio, nascosta sotto un panno a quadrettoni rossi che il vecchio scosta dopo essersi sfilato i guanti da lavoro.
Gli fa cenno di sedersi e servirsi a piacimento, ma Ilias pianta le natiche sulla sedia e si limita a seguirlo con lo sguardo nervosamente, senza nascondere il disagio che gli si è incollato alla pelle e gli tende i tratti morbidi del viso in un'espressione selvatica e quasi belligerante.
– Mia nipote ha solo amici strani.
Commenta Paul Thomson, tra il divertito e lo sconsolato, versandosi un bicchiere d'acqua del rubinetto e passando la mano libera sulla fronte madida di sudore. Su Greenfield si muore di caldo, d'estate.
– Vive qui?
Ilias si decide a porre la domanda con aria mezzo imbronciata, come se non avesse preso granché bene lo smacco della finta pistola. Alterna lo sguardo tra la crostata e il gigante, spazzando di tanto in tanto il resto della stanza con occhiate fugaci e irrequiete.
Paul Thomson annuisce, dissetandosi senza fretta.
– Quando è su Greenfield ... per lo più viene solo a dormire. E per lo più dorme in officina.
Accenna al locale adiacente la casa con un'aria divertita e assente al tempo stesso che a Ilias ricorda Quinn in maniera inquietante.
– Perché si chiama Quinniperseilys?
Domanda a bruciapelo.
Per un attimo, gli sembra di essere riuscito a sbalordirlo. Poi il vecchio corruga la fronte, rendendola ancora più rugosa, e scrolla la testa.
– Mangia quella crostata e chiuditi la bocca, ragazzo.
Ilias si chiede perché abbia voluto sapere il suo nome, se tanto continua a chiamarlo "ragazzo", ma si rende conto che è cambiato il modo in cui Paul Thomson lo squadra placidamente dal lavello della cucina. Come se avesse appena varcato la soglia di una ristretta cerchia di individui la cui importanza, tuttavia, continua a sfuggirgli.
Opta per allungare una mano verso il coltello poggiato accanto alla teglia e prendersi una fetta di crostata.
– Ne, uhm, vuole un po'?
Alza a malapena lo sguardo sul vecchio, che scrolla pigramente la testa.
– E' quasi ora di cena.
L'orologio a parete della cucina dei Thomson lo informa che sono solo le sette e quarantacinque del pomeriggio, ma Ilias si trattiene dal fare obiezioni e tappa la bocca con un pezzo di crostata.
E' meravigliosa, come c'era da aspettarsi.
Per una manciata buona di minuti si limita ad ingozzarsi con una voracità ammirevole, sebbene mastichi a bocca chiusa in maniera insospettabilmente civile, mentre Paul Thomson lo osserva a tratti, distratto e divertito, caricando di tabacco non sintetico una pipa tirata fuori da chissà dove.
A un tratto, quasi senza rendersene conto, Ilias si perde ad osservarne i gesti calmi e metodici, smettendo lentamente di mangiare.
– Non hai più fame, ragazzo?
Sfarfalla le palpebre, seguendo il percorso della pipa fino alle labbra rugose dell'altro.
– Ha combattuto durante la guerra?
– No, ragazzo, ero già troppo vecchio. E tu?
Ilias scuote lentamente la testa, tornando ad abbassare lo sguardo sulla tovaglia. Risolleva gli occhi azzurri, scuri e irrequieti su di lui quasi immediatamente.
– Avrei proprio detto di sì, però.
Paul Thomson si stringe nelle spalle.
– Ci sono tanti tipi di guerre. Quasi tutti ne combattono almeno un paio nel corso della vita.
Ilias annuisce, pensieroso. Poi fa per alzarsi.
– Credo che dovrei andare.
Il vecchio si stacca dal lavello, dopo averci vuotato dentro il contenuto della pipa, e tira via una sedia dal tavolo per mettersi a sedere accanto a lui.
– E' quasi ora di cena, Ella sarà qui a momenti. Le farà piacere conoscerti.
Ilias esita parecchio, in piedi con la seduta schiacciata contro il retro delle ginocchia. Poi fa spallucce e crolla di nuovo a sedere.
– Grazie.
