venerdì

I

Sono al ranch, è notte. Ho il terreno battuto sotto i piedi scalzi e lo sguardo rivolto ad est, dove la luna sorge lentamente. Il vento che mi soffia addosso mi fa rabbrividire, mi stringo nella camicia di flanella e il vento freddo si placa lentamente.
Nel giro di non so quanto tempo, attimi o minuti, l'aria si è fatta afosa e sento, distintamente, una goccia di sudore colarmi lungo il naso.

Dalla stalla, quella che ospita la vacca malata, proviene un coro di versi lamentosi.
Mi volto ed entro nell'edificio di corsa, anche se non ho i guanti.

All'inizio, al buio, non riesco a vedere nulla. Mi faccio largo a tentoni fino allo slot in fondo, rischiarato dalla luce che filtra attraverso un lucernario sul soffitto. Ma la mucca non c'è.
I raggi bianchi della luna illuminano l'ammasso informe di corpi riversi sulla paglia.
Sono-- erano esseri umani.

Ora hanno facce squagliate, la carne livida e marcia dei morti viventi che cade a pezzi, sgommando il pavimento di sangue ad ogni centimetro strisciante guadagnato verso di me.
Mi hanno visto e gemono, si lamentano, e cercano di raggiungermi contorcendosi come vermi.
Poi, lentamente, uno di loro si tira in piedi.
Non ha più gli occhi, buona parte del viso si è decomposta fino a snudare la carne e porzioni del teschio. Ma io la conosco.
E' Roona e sta barcollando verso di me, spalancando la bocca piena di sangue.

A poco a poco si alzano tutti e ne riconosco alcuni.
C'è mia madre, Bob il giardiniere. C'è anche il ranchero dell'altra notte, Dima, mentre gli altri mi sono sconosciuti e, nella gran parte dei casi, non hanno nemmeno più una faccia.
Vorrei girarmi e correre via, ma non ci riesco: le mie gambe sono avviluppate dalla melma vorace in cui si è trasformato il suolo. Riesco a malapena ad indietreggiare, troppo lentamente, finché non trovo con le spalle la recinzione di legno.

Apro la bocca, ma non posso nemmeno gridare. Tutto quel che ne esce è un fiotto di sangue.
Mi viene da piangere ma, quando mi tocco la faccia, scopro che anche le lacrime sono fatte di sangue. Come quello che cola dalle bocche aperte di Roona, di mia madre, di tutti i cadaveri marcescenti che mi vengono incontro e si sciolgono, strada facendo.
Cadono a pezzi, sfrigolando nell'ondata di sangue che sta prendendo forma, ondeggiando come una marea.

E' il cavallone più alto che io abbia mai visto e si staglia contro il cielo, chilometri sopra di me, prima di abbattersi sulla mia testa.


Apro gli occhi e mi tiro su di scatto, il cuore a mille e i polmoni che annaspano in cerca d'aria.
Mi ci vuole un po' per riconoscere l'infermeria del ranch. Mi sono addormentato sulla brandina d'emergenza mentre studiavo le lastre, l'altra notte.
Sento in bocca il sapore del sangue e scopro che, nel sonno, mi sono morso fino a rompermi la guancia.



Istintivamente, non so perché, mi affanno con lo sguardo per la stanza alla ricerca della bottiglietta di liquido viola che ho preso a Roona Mei sul thor.
E' ancora sul tavolo. Ancora piena.